giovedì 30 luglio 2009

Dove non osano le aquile.

( ovvero la seconda puntata della mirabolante saga “Dai diamanti non nasce niente dalle spille da balia nascono i fior” )

Immaginate una bella storia, iniziata 13 anni fa.

Immaginate una persona rincorsa, ritrovata, lasciata andare di nuovo, con la certezza che il delfino ci farà incontrare ancora.

Immaginate che, in effetti, poi quella persona non l’avete più incontrata. Delfino bastardo.

Immaginate che però dopo 6 mesi la incontriate per davvero.

Immaginate che quel giorno per l’appunto voi state dando due esami di filosofia, siete sudaticci, disidratati, avete alle spalle 3 ore di sonno, e davanti a voi l’attesa e un ripasso per non lasciare niente di intentato, anche se la tensione lo fa risolvere in una vuota rilettura ad oltranza della stessa pagina per tutta la mattina senza avere la minima idea di che cosa si sta leggendo.

Immaginate che, date le premesse, in effetti non siete esattamente nelle condizioni di approfittare dell’incontro per fare gli splendidi e strappare un invito per un caffè, con qualche uscita brillante che sia all’altezza dell’ultima volta, e che dunque, vedendo quella ragazza sbucare da un angolo, vi precipitiate disonorevolmente a chiudervi in un bagno, per non essere visti.

Immaginate che sia tutto vano perché 20 minuti più tardi la incontrate di nuovo, solo che stavolta siete faccia a faccia e non potete sottrarvi, e sarebbe stato meglio, conti fatti, dire “CIAO” piuttosto che rimanere a bocca aperta come se aveste visto un fantasma.

Immaginate che in realtà sembra che il vero fantasma siete voi, a giudicare da come lei vi è passata attraverso senza proferir parola.

Immaginate che non fate in tempo a pensare “però...che peccato” che la incrociate ancora una volta, e stavolta lei vi dica il CIAO che voi non avete detto, e le rispondiate, balbettando, per le rime.

Immaginate che una settimana dopo torniate in Via Bolognese per andare a ricevimento da due professori, che risulteranno entrambi assenti, e la incontriate di nuovo.

Immaginate che lasciate che lei esca dal corridoio senza essere visti, e aspettate un minutino ad uscire per non doverla incrociare di nuovo, convinti di non avere ancora niente di minimamente intelligente da dire.

Immaginate che quando uscite lei in realtà abbia deciso di fumarsi una sigaretta e quindi è ancora la fuori, e dovete ripetere un nuovo anonimo ed imbarazzato CIAO.

Immaginate di salire sulla Vespa, a cui tra l’altro avete dimenticato attaccate le chiavi per un’ora, e vi sembra già tanto non ve l’abbiano rubata, e mettervi il casco.

Immaginate di togliervi il casco e pensare che in effetti potrebbe essere carino approfittare del caso, che vuole che nel bauletto della Vespa voi abbiate per l’appunto un cestino di susine, colte dall’orto e regalatevi qualche ora prima da un vostro amico.

Immaginate che potreste approfittarne per alzarvi da quella Vespa, andare da lei, e con la sicurezza guascona con cui Humphrey Bogart le offrirebbe un Gin Tonic dirle: “Gradisci un cesto di susine?”

Immaginate di trovarla un'idea assolutamente stupida e che dunque vi rimettiate il casco per la seconda volta, e ve ne partiate smarmittando con disonore.

Immaginate di ripetervi che siete degli stronzi, fino a Piazza della Libertà, quando finalmente fate inversione e tornate da lei.

Immaginate che lei, giustamente non sia più li.

Immaginate che il giorno dopo tornate in Via Bolognese per andare a ricevimento da altri due professori, e che anche questi due latitino clamorosamente.

Immaginate che al contrario di quanto avevate immaginato, stavolta non la incontrate.

Immaginate che dopo un’ora e mezzo ve ne andate.

Immaginate che prima di uscire vi fermate dalla portinaia giusto per prendere l’indirizzo mail dei professori (bastardi) che non vengono a ricevimento.

Immaginate che lei sia proprio li, dalla portinaia.

Immaginate che stavolta le parlate, e addirittura lei vi invita a prendere un caffè.

Immaginate che sorseggiate caffè e chiacchierate amabilmente, finchè, prima di salutarvi, non vi scambiate gli indirizzi di posta, e vi diate appuntamento a scrivervi fra due settimane, quando tornerete dal mare, dato che ad entrambi si prospetta un lungo e caldo agosto fiorentino.

Immaginate di tornare dalle vacanze e scriverle.

Immaginate che lei vi risponda, vi proponga di vedervi per un aperitivo, dopo la chiusura della Biblioteca Nazionale.

Immaginate di segnarvi sulla rubrica il numero di cellulare che lei vi ha scritto nella mail, e di mandarle un sms per dirle “Ok! Ci vediamo alle 19 fuori dalla Nazionale.

Immaginate che il giorno dopo alle 19e08 siete la fuori, la Nazionale è già chiusa, e di lei non v’è traccia.

Immaginate che la chiamate e non risponde.

Immaginate veder apparire un vostro compagno di classe delle medie, che non vedete da molto tempo, vi chiede cosa fate li, gli dite che aspettate una persona, vi scambiate qualche informazione su quello che fate nella vita adesso, e vi salutate.

Immaginate che le mandate un messaggio dove ironizzate chiedendole se per caso se ne fosse già andata, stizzita e indignata per 8 minuti di ritardo.

Immaginate di non ricevere risposta.

Immaginate, 20 minuti dopo, di veder apparire l’amica di una vostra amica, che vi chiede cosa ci fate li, di risponderle che aspettate una persona, e di salutarla dopo che le avete dato indicazioni per raggiungere Via De’ Neri, dove si sta recando per vedere una stanza in affitto per settembre.

Immaginate di mandare un messaggio alla tipa in cui ironizzate ancora, dicendo: “Ho capito!ti sei addormentata sui libri, nessuno se n'è accorto e ora ti hanno intrappolato dentro la biblioteca!Resisti, io sono qui fuori, sto arrivando coi soccorsi!

Immaginate di non avere nessuna risposta.

Immaginate di veder passare due uomini, dalla apparente età di 40-50 anni, in due su un Liberty, che a velocità sostenuta perdono per strada il bauletto. Questo rotola per la strada aprendosi e spargendo fogli e altri oggetti. Un tizio in motorino che passa si ferma ad aiutarli e raccoglie il bauletto per porgerglielo. Uno dei due sorride e gli dice: "Nel bauletto c'era un milione di euro, che fine hanno fatto?".

Immaginate di veder tornare indietro il vostro compagno di scuola delle medie, che si stupisce che siate ancora li, e vi risaluta.

Immaginate che dopo un’ora e un quarto la chiamate di nuovo e non ottenendo risposta, convenite che è l’ora di tornare a casa.

Immaginate che tornati a casa andate a controllare la posta, immaginando che forse c’è stato un contrattempo, e lei vi abbia avvertito via posta, non avendo memorizzato il vostro numero, non avendo soldi sul cellulare, o chissà per quale altro motivo.

Immaginate che non c’è nessun messaggio per voi.

Immaginate che vi chiedete perché, che non sapete darvi una spiegazione, che non sapete capacitarvi.

Immaginate di rileggere e rileggere la mail che vi aveva mandato precedentemente, alla ricerca di un indizio, di una mezza parola, di un piccolo particolare in grado di darvi una spiegazione a tutto questo.

IMMAGINATE DI SCOPRIRE CHE AVETE MESSO UN 3 AL POSTO DI UN 8 COME ULTIMA CIFRA DEL NUMERO DI CELLULARE CHE AVETE SALVATO IN RUBRICA.


lunedì 27 luglio 2009

MaremmAmata





Chiudo gli occhi e vado dappertutto.
Apro gli occhi e sono in un Camper.


Sono state due settimane scivolose, come sabbia fine che sciama tra le mani troppo alla svelta, che non si deve stringere per non far sfuggire ancor di più.
Due settimane salutate di fretta e senza guardarsi troppo indietro, per non sentire le farfalle nello stomaco, il migliore amico di ogni arrivederci. Con i puntini sospensivi del non-finisce-qui, gli ultimi abbracci e le ultime cose sussurrate, che inevitabilmente, ora, mi sembrano non esser stati abbastanza pieni, come avrei voluto e come avrebbero meritato.
In mezzo, tanti luoghi segreti e un buffet di persone croccanti di cui sarebbe difficile sentirsi già sazi. Ho dovuto munirmi dei miei occhi più grandi per gustare ogni particolare, e far posto a balle di fieno, papaveri, girasoli, stelle, grilli invisibili, gatti brutti, luci lontane, lampi vicini, il verde azzurro del mare e il giallo montagna riarsa dal sole, gli schizzi delle lotte a fare il bagno e quelli alzati su col remo del Kayak, e metterci il mio sorriso più largo, per lasciare entrare anche un po’ d’aria, ricordarmi di riprendere fiato. A chi mi ha adottato e condotto per mano alla scoperta del suo mondo posso solo dire GRAZIE, per avermi accolto e per aver reso quella sabbia, pastosa e pesante, come quando viene bagnata dal mare, così che adesso me ne resta addosso un bel po’, e non scivolerà via, se non per lasciare la mia pelle levigata e salmastra, nell’attesa di poterci riabbracciare.
Fino ad allora non mi rimane che richiudere ancora gli occhi, di tanto in tanto, e lasciar scorrere, tutte le cose che questa Maremma, tutt’altro che amara, mi ha insegnato:



  • Pholloniha non è la “Città della Ghisa”, bensì la “Città dei Sottopassaggi”, elevati a vero simbolo della città, se ne possono trovare di tutti i gusti, dal modello “pista da biglie sulla spiaggia” con lunghi curvoni e chicane, al modello "Mirabilandia", con pendenze da far rabbrividire anche qualche scalatore, fino al modello "Traforo Dolomitico" con passaggio panoramico sotto un palazzo ed emersione con vista su terrazzamenti a spiovente. I più appassionati costruiscono anche sottopassaggi amatoriali che collegano il cancelletto di casa col garage.


  • I Phollonihesi al volante si fermano in mezzo di strada e scendono senza imbarazzo e senza preavviso, quando più li aggrada.


  • La sera i Phollonihesi escono da ogni angolo, e sospetto si moltiplichino come Gremlins, ma non per raggiungere locali o birrerie, solo per stipare i parcheggi di quella che di giorno appariva come una ridente e assolata cittadina. Ci sono Phollonihesi che posseggono anche 5 automobili col solo scopo di spostarle nei parcheggi del centro la sera prima di andare a letto.


  • La mozzarella del Ranieri è fenomenale, non teme confronti col Primo Sale.



  • A Punt’Ala ci sono i cinghiali che fanno i vip e i vip che fanno i cinghiali. (fonte: la stampa locale)


  • A Punt’Ala intorno al porto ci sono boschetti di vegetazione finta, fatta dello stesso muschio del presepe, messa li per nascondere i confini della scenografia del Truman’s Show.


  • A Punt’Ala ci sono pochi posti bui per vedere le stelle, in alcuni di questi si possono trovare civette che fanno le civette.


  • Nei bar di Punt’Ala la sera ci si ritrova a guardare “Quel gran pezzo dell’Ubalda” con Leonardo Pieraccioni, Pippo Franco da giovane, e la Fenech quando era ne’ su’ cenci.


  • Al Baracchino le piadine sono buonissime, ma per vegetariani c’è solo la Salvador de Bahia.


  • I gelati del Pagni: che bontà! Peccato solo non saper uscire dal tunnel menta-liquirizia-zuppa inglese, così da allargare i miei orizzonti gustativi.


  • Scoprire che i camperisti nelle piazzole accanto alla tua sono una coppia di sposini dell’85 e un’altra dell’83 con due figli, può far ricominciare a mangiarsi le unghie.


  • I cani che abitano i giardini delle case di Giulia sono tutti simpaticissimi. I gatti bizzarri. I ricci schivi. I ragni grossi.


  • Se sentite la mancanza delle lucciole, potete sempre ripiegare su gamberetti fluorescenti che gironzolano intorno agli scogli del moletto dietro al Tahiti.


  • Bevendo una Caipiroska alla fragola sulla spiaggia del Congo si possono fare lunghe conversazioni sulle ultime sedute spiritiche, osservando i satelliti che scompaiono.


  • Quando si dice: -Ci si vede al cancello dell’Ilva-, in realtà significa che si è fissato al parcheggio che c’è dietro.


  • Chiunque può dedicare alla propria fidanzata o al proprio nipote un albero con dedica al Parco della Gioventù.


  • La crema solare Water Resist è Water Resist quando si apre nello zaino e cerchi di ripulire tutto quello che ha sporcato, ma non è Water Resist quando te la spalmi addosso e ti fai il bagno.


  • Al Tangram quando tira vento i maghi spariscono.


  • Al Tangram il caffè è più buono perché c’è il trucco.


  • Al Tangram con i fondi di caffè si fanno Dolcetti Colombiani. A buon intenditor poche parole.


  • Al Tangram è difficilissimo passare a fare un salutino senza che Tide ti offra la cena o una doccia o un ombrellone.


  • L’ingrediente segreto dei cocktail buonissimi che fa Tide è che gli ha insegnato a farli America.


  • Nel mare a Torre Mozza c'è un triangolo, vicino a riva, in cui per terra c'è la creta. Si possono realizzare ottime palle di sabbia da lanciarsi. Cospargersi i fanghi sulla pelle. Improvvisare vasi da fare invidia a Ghost.


  • Alla Festa Internazionalista, nella pinetina di Riotorto (in provincia di Lecce) si mangiano felafel più decenti che in tutti i kebabbari di Firenze.


  • Davanti ai venditori di braccialettini dovete legarmi le mani. Non sono capace di limitarmi ed è perfino una spesa inutile, tanto Conan poi me li rompe.


  • Quando si rubano tutte le Grazielle che si trovano per strada, a patto che siano slegate e apparentemente in disuso, poi non ci si può lamentare se ci viene rubata la Graziella, specie se la si lascia slegata.


  • A Egizia non danno il permesso di realizzare sulla sabbia castelli di sabbia a forma di buccia di banana, eschimese che prende il sole, ragazzo disabile che beve un Four Season al Tangram.


  • Sara-Ska parla un sacco di lingue, parla un sacco in generale, ti dice che ti porta a correre ma poi non lo fa, diffida delle persone di sesso maschile che vogliono fare amicizia con lei, ma in ogni caso a lei le è morta la mamma.


  • Per le strade del centro le cassette della posta sanno riconoscere gli ex-postini. Se questi si distraggono esse si vendicano graffiando loro le spalle.


  • A giocare a bandierina coi bambini ci si sbuccia i ginocchi. Anche se non si è bambini.


  • Ci sono case a forma di caffettiera.


  • In fondo alla vecchia cartiera, adesso un quartiere fantasma tipo quello accanto alla Stazione Leopolda, c’è il pensatoio numero uno. A Torre Mozza c’è il pensatoio numero due. Il pensatoio numero tre è in un luogo segretissimo ancora non rivelato, si sa solo che andarci di notte è pericoloso.


  • Al Puntone ci sono le rane minuscole che non si fanno prendere, le libellule che si accoppiano, i pesciolini che saltano fuori dall’acqua, i casottini per l’osservazione degli uccelli. Mancano solo gli uccelli.


  • Per andare da Giulia e Giulio bisogna stare attenti a stare dalla parte giusta della ferrovia (e del pinguino che lava le automobili).


  • Il giorno di chiusura del Tacca Tacca è il Mercoledì.




martedì 21 luglio 2009

Dai diamanti non nasce niente, dalle spille da balia nascono i fior


C’era una volta un ragazzino di quindici anni, spavaldo e colorato, come quando è tutto ancora intero, quando ancora è tutto chi lo sa (e a quindici anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età). Anni da voglio tutto o niente, radicali come ogni persona abbia un minimo di cuore non può non essere in quel periodo. Anni di megafoni e di primi amori, anni di sigarette che fan girar la testa e di non sapersi regolare.
Uscire di casa a quindici anni è quasi un obbligo, quasi un dovere, e il Primo Maggio offriva l’occasione storica per compiere un’impresa epica. La nostra odissea erano i binari della ferrovia, la nostra Ilio da conquistare era il concerto in Piazza della Vittoria a Reggio Emilia, la versione alternativa del Concertone di Roma, dove suonavano i Cccp-Csi e la combriccola di gruppetti a loro vicini, dai Marlene Kuntz agli Ustmamo. Armati di panini al formaggino e bottiglie di vino travasate, eravamo pronti a varcare le colonne d’Ercole. Dalla stazione di Itaca si parte, alla stazione di Itaca si torna, e nel mezzo una lunga giornata e un nugolo di persone nuove appena conosciute, e subito salutate, con un arrivederci, con una breve cerimonia di investitura, come per riconoscersi a vicenda l’onore delle armi.

C’era una volta, un ragazzetto di venitcinque anni, seduto su una sedia di legno. Conta le ore passate in segreteria, rivolgendo preghiere a S.Gallo perché la fila di studenti che lo precede scorra più velocemente. Certo non spavaldo e colorato come un tempo. Basti dire, per intendersi, che la sfanga un po’ di meno, ma ci capisce un po’ di più. Gli anni portano problemi e consigli, e come una pioggia che cade giorno dopo giorno su un terreno carsico, spingono in profondità le cose che prima stavano in superficie, lasciandole vivere, ma costrette a scorrere solo per fiumi e canali sotterranei. Nelle sue mani stringe una domanda di laurea che si accinge a consegnare, una tappa importante per un primo importante traguardo, che solitamente si taglia solo..due volte nella vita. Sfoglia svogliato William Shakespeare, Macbeth, tra qualche settimana ne uscirà uno spettacolo teatrale. Alza la testa di tanto in tanto, passando in rassegna le facce della popolazione annoiata che riempie la stanza. È in quella che riconosce un volto noto, seppur non familiare. Dov’è che l’ha già visto? Amica di amici? Facoltà? Forse, al liceo?...Beccata. Il concerto del Primo Maggio. Ha i capelli diversi, ecco perché non l’ha riconosciuta subito. Com’è che si chiamava?...C...C...Chiara? Quasi quasi le si avvicina e le dice qualcosa...No. E perché dovrebbe?



C’era una volta e c’è ancora, un ragazzotto di ventotto anni. Un po’ meno colorato e un po’ più spavaldo. La sfanga un po’ di più e si adegua, perché ogni tanto ha la sensazione di capirci un po’ di meno. Da quando si è laureato continua ad incontrare quella ragazza nei luoghi più impensabili, come si fa con certe parole, che senti pronunciare per la prima volta, di cui ricerchi il significato, e che da quel giorno scopri in bocca ad amici e parenti, canzoni e programmi televisivi, con l’arrogante nonchalance di chi sembra voler dire: ma come? Solo tu in tutto questo tempo l’avevi nascosta ai tuoi occhi?
Eccola Chiara, sbucare su un autobus arancione, fumare una sigaretta appoggiata ad un motorino in Piazza Savonarola, far ondeggiare un buffo codino da coda di scoiattolo, o da tennista svedese, mentre attraversa di fretta il cortile di Piazza Brunelleschi. Eccola dall’altra parte della città, che chiude la porta della sua psicoterapeuta, pochi attimi prima che lui stesse per entrarvi.
Ora. Non che la vita debba esser letta necessariamente alla strenua di un sussidiario illustrato di avviamento all’opera completa di Paulo Coelho, ne’ che si debba sfogliare per forza la quotidianità come pagine di un favoloso mondo di Amélie fatto in casa.
Ma il ragazzotto intravedeva in tutto questo un non so che...come una melodia che canticchi senza ricordare a quale canzone appartenga, come il bisogno di annusare una cosa prima di assaggiarla...il sogno di una cosa. Così si ripromise di non lasciarsi sfuggire, appena l’avesse incontrata ancora, la curiosità di condividere la sua meraviglia con quell’inconsapevole compagna di viaggio, seduta sullo stesso bus arancione per chissà quante fermate ancora.
Era quasi natale, quando la vide apparire e scomparire tra gli scaffali polverosi di vecchi libri di filosofia, nella biblioteca di Via Bolognese. L’occasione si presentava più ghiotta di un panettone senza canditi. Mancava solo un piccolo particolare, prima di mettere in scena lo spettacolo d’arte varia che più volte aveva visto scorrere nella sua immaginazione, nelle settimane precedenti. Anche i migliori prestigiatori, si sa, han bisogno di un coniglio o di un mazzo di carte o di un fazzoletto colorato, altrimenti la magia non riesce, e lui, da prestigiatore più che principiante, si sarebbe accontentato di chieder molto meno. Solo un piccolo oggetto. Il primo istinto fu quello di frugarsi le tasche e chinare lo sguardo per terra, aspettandosi di trovarselo prontamente davanti. Non poteva non trovarselo di fronte, d'altronde, ora che il momento era arrivato. Questo ripeteva a se stesso con la sicurezza di chi non crede nei miracoli, perché ne ha già visti troppi.
E invece non ve n’era traccia. Che scemo ad aver pensato ai romanzi di Paulo Coelho, al favoloso mondo di Amélie, a tutto un po’ po’ di armamentario stellare impegnato a cospirare in favore delle sue avventure...
Si sentì ridicolo, e, ridestato da sogni o visioni quasi da poter, a buon diritto, stropicciarsi gli occhi, ritornò serio, promettendosi che d’ora in poi avrebbe nascosto nel portafoglio quel piccolo oggetto misterioso, in modo da non uscire più di casa senza, da non farsi mai più cogliere impreparato, la prossima volta che la fatina del fato avesse deciso di far passar un nuovo autobus arancione.
Sicuro, si incamminò verso il gabbiotto della bibliotecaria, per farsi registrare il prestito dei libri che frattanto aveva preso. E fu attendendo che questa avesse sbrigato le sue pratiche, che lo vide li. Luccicante sulla scrivania della bibliotecaria, esattamente quello che stava cercando.
Mamma mia. Non poteva non approfittarne. Con cinque dita e un po’ di paura, accomodò nella tasca del cappotto l’ultimo anello mancante, prima che la bibliotecaria avesse finito di declinare sulla tastiera MEE-DII-TAA-ZIOOO-NI MEE-TAA-FII-SI-CHE.
Ormai il meno era fatto. Veniva adesso la parte più difficile, quella in cui il destino incrocia le braccia e se ne sta a cuccia nelle tue mani. Quella in cui dipende da te prendere il coraggio in pugno e andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma e indifferenza sembra quasi che ti piaccia, laddove il calcio in faccia, in questo caso, consiste in una grassa figura di merda, e nella probabilità di scomparire sotto terra almeno per due o tre orette buone, se non sei stato capace di far andare le cose come avresti sperato.
Lei ha lasciato gli scaffali per leggere qualcosa appeso ad una parete. Lui le si avvicina e da inizio alle danze.

“Ciao scusa, ti posso rubare qualche minuto?”

“…. Ma… dipende…”

“Guarda si tratta solo di una roba di cinque minuti, se ti va, altrimenti me ne vado.”

“Mmm...sentiamo...”

“Tu non ti ricordi di me ma noi ci conosciamo..”

“No, guarda. Se ci conoscessimo me ne ricorderei!”

“E invece ti dico che ci conosciamo ma non te ne ricordo. Tu diversi anni fa avevi i capelli cortissimi non è vero?”

“Mmm…può darsi, e allora?”

“Non ti ricordi di me perché nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti. Per esempio io ora sono rasato a zero e allora avevo i capelli lunghi e invece tu ora hai i capelli lunghi e allora eri rasata a zero. Allora entrambi eravamo vestiti in modo molto eccentrico, io con le mie tutine coloratissime e le mie felpe peruviane, tu tutta punkettina, con fusò neri e spille e spillette appiccicate su tutti i vestiti. Mi ricordo che ti chiami Chiara, e che ormai un bel po’ di anni fa, andammo insieme a Reggio Emilia, ad un bellissimo contro-concerto del Primo Maggio, dove suonavano tutti gruppetti più alternativi che non erano andati a Roma.”

Il volto di lei comincia ad illuminarsi, sta cominciando a ricordare, e anche lei adesso ha spalancato la porta alla meraviglia, pronta a farsi travolgere.

“Quella fu una giornata bellissima.. e quando alla fine arrivammo a Santa Maria Novella tu mi facesti un regalo, mi dicesti: - Tieni! Così ti ricorderai di me! - e ti staccasti di dosso una delle tue spille da balia, per appuntarla sulla mia maglietta…
Ebbene, dopo tutto questo tempo, è arrivato il momento che io ti restituisca il regalo”


Ed estrasse dalla tasca la spilla da balia storta e ammaccata, fregata alla bibliotecaria.

“Come vedi è piuttosto vissuta e sciupacchiata, ma d’altronde, te l’ho già detto. Ne è passata di acqua sotto i ponti!”

Gli occhi gonfi di incredulità di lei, quel sorriso spalancato, erano un premio impareggiabile agli sforzi che aveva fatto.

“Ci sarebbero tante altre cose da dire...ma ce le diremo la prossima volta.”

E la salutò così, da signore, senza chiederle altro. Un appuntamento? Un numero di telefono? Macché, voleva congedarsi con la sicurezza di chi SAPEVA che l’avrebbe incontrata ancora. Non occorreva aggiungere altro.


domenica 5 luglio 2009

Notti Arancioni


La scorsa notte a Rimini si è celebrata la “notte rosa”. Dopo aver visto alcune immagini a “Studio Aperto” non ho neanche il coraggio di indagare sul perché diavolo sia stata organizzata, mi è bastato vedere le speciali piadine rosa coniate per l’occasione e le migliaia di persone invitate a riversarsi sulle strade della riviera romagnola con indosso indumenti e accessori del medesimo colore.



Pare comunque che lo spirito di questa serata sia celebrare un secondo capodanno, stavolta in clima estivo, così che chiunque possa sfoggiare gli scollatissimi vestiti da notte di S.Silvestro, spesso improponibili in qualsiasi altro giorno dell’anno, al pari di un abito da sposa, senza lo spiacevole inconveniente del freddo.
Va da sé che mi è molto difficile giustificare una simile usanza, però forse, se togliamo il rosa, e qualche migliaio di idioti, un senso più profondo questo "bisogno di festeggiare" potrebbe perfino averlo. Qualcosa che potrebbe avere a che fare con, per dirla con i Righeira, “l’estate sta INIZIANDO, un anno se ne va”. Ma si, insomma, d’estate muoio un po’, aspetto che ritorni l’illusione…chi non se l’è sentito ripetere fino alla nausea, accendendo la radio?
Con le vacanze estive dopotutto si chiude il ciclo di un anno di lavoro, di studi, di frequentazioni, di attività, regalandoci una pausa, li nel mezzo, per ricaricare le batterie, per fare un punto della situazione, per fare viaggi, esperienze, il tempo per leggere qualche libro lasciato ad impolverare più del dovuto su uno scaffale, tornare un po’ cambiati, un po’ abbronzati (leggi ustionati & spellati), con le idee risciacquate, rischiarite, pronti a ripartire e reimmergersi in un anno nuovo.
Forse si tratta davvero una cesura più palpabile che non il ricordarsi di scrivere una data con un numerino diverso in fondo.

E cosi mi preparo anch’io a festeggiare una bella serie di notti rosa, o come preferisco immaginarmele io, di Notti Arancioni.



Notti Arancioni per gettarmi alle spalle i due esami di filosofia sul libretto più rubati della storia dell’Etica, che hanno disturbato i miei sonni con l’incubo del mio primo giorno da insegnante a scuola, in cui dopo essere stato presentato alla classe dal preside, da sotto la cattedra è sbucato Marco Travaglio, pronto a dimostrare che in un paese civile io non dovrei essere li, dopo aver macchiato il mio curriculum con due esami farsa in quel modo.

Notti arancioni per gettarsi alle spalle il cellulare che dopo anni di onorato servizio ha reso l’anima al dio Nokia, caduto vittima, ironia della sorte, della notte bianca d’oltrarno, e del nostro eterno rotolare (come agnello nel Kebab) per le sue strade, quando tra giri di valzer si corre il rischio di farlo precipitare rovinosamente per terra, fino a ridurlo ad un pratico elettrodomestico inutile, ormai capace solo di illuminarsi come una simpatica abat-jour portatile, e poco più.

Notti arancioni in cui, se avessi ancora lo stereo della macchina, potrei suonare un requiem per lo stereo della mia macchina, che ha esalato il suo ultimo La#, nel vano tentativo di espellere un CD di Battiato che resterà per sempre dentro di lui, mentre ero in procinto di partire per Follonica, divenuta ormai la mia seconda casa, d’adozione, come recita la mia nuova fiammante tessera di Librando (CLICK). Inutile è stata anche la corsa in casa, sotto un acquazzone, per recuperare un lettore mp3 di fortuna, incaponito e ostinato a non fare il viaggio senza musica, ma con la beffa, dopo il danno, di sbarbare, nella foga di estrarre le cuffie dal cassetto, uno dei due auricolari, costringendomi ad aggiungere un ulteriore elettrodomestico nel mio cimitero d’ele(ttro)fanti .

Notti arancioni per gettarmi alle spalle il piccione che ho investito sulla Fi-Pi-Li, dilapidando in un solo momento la minuziosa tela tessuta amorevolmente lungo un anno di vegetarianesimo, e con essa gli utopici propositi di rimettermi in pace col mondo, o quanto meno di riequilibrare la bilancia del mio contribuito personale in termini di emissioni nocive di gas-sofferenza-serra.

Notti arancioni per gettarsi alle spalle la pur piacevolissima gita in quel di Parma, una città a misura d’uomo in cui si può approfittare dei Saldi di fine stagione, al punto che è possibile acquistare un paio di Camper e un pacchetto “multa per divieto di sosta + rimozione forzata” a prezzi stracciatissimi.



Fortuna che adesso ho un giardino zen nel posacenere della macchina che mi segue e mi da la possibilità di rilassarmi ovunque vada, alla faccia di quelli che sbraitano stressati dal traffico cittadino, poiché incomincio a pensare che sono in vacanza da pochi giorni…e ho già bisogno di una vacanza!