
mercoledì 18 novembre 2009
Dialogo tra un uomo inadeguato e un operatore di piercing

sabato 14 novembre 2009
Come una piccola ape furibonda
Senza nascondersi. Le ultime settimane sono state una specie di sogno ad occhi aperti, un susseguirsi di giochi, sorprese, piccole complicità, intimità, spazi conquistati, braccia strette attorno al petto smarmittando in Vespa, chi cerca trova, tempo per stare insieme strappato agli impegni, e poi chiedere di più, con golosità.
Senza nascondersi. Molto difficile il risveglio. Il ritorno ad una grigia normalità che apparteneva a Ieri, fatta di ripensamenti, spazi inviolabili, pensieri e dubbi tenuti per sé, dileguarsi nella notte, questo forte silenzio.
Niente di nuovo sul fronte occidentale. Intorno al "Café nuit" la gente inciampa, consuma vampate di entusiasmo, colleziona cose inutili, si illude, chiude una finestra, apre un portone, accarezza pelle liscia e calda sotto le coperte, va in bagno, si accende una sigaretta, schiaccia pulsanti, ha lo stomaco chiuso, poi di nuovo appetito.
Niente di nuovo sul fronte occidentale. Sentivo l’odore di un temporale improvviso, fulmini a ciel sereno, eppure le previsioni erano state chiare al riguardo. C’è davvero da spaventarsi, allora? O accetteremo il tempo che fa, senza lasciare che ci costringa a restare barricati in casa?
D’altronde “Ogni alba ha i suoi dubbi”, come ci ricorda la piccola ape furibonda, poetessa straordinaria che ci ha lasciato proprio in questi giorni, perché evidentemente è vero che Il poeta non dorme mai ma in compenso muore spesso, e qualche volta muore sul serio, aggiungo io. E allora siccome in fondo tutti sono poeti, persino i poeti, eccomi a rantolare seguendo questa stessa sorte, e chiedermi, di fronte a te che come il sole al di la delle dune sei arrivata qui a violentare altre notti, segnatamente le mie: di queste notti insonni, quante me ne concedi ancora?
Quella prima del gran giorno, venerdi scorso, lo è stata di sicuro.
Ed è al termine di notti come quella, quando si può ricordare che il modo migliore per realizzare un sogno è alzarsi dal letto, quando si affronta il drago e va tutto bene, davvero tutto bene, che si sente un sapore sulle labbra, misto al tuo, e che sembra dire…ce la farò.
È tornata la primavera nei tuoi sguardi, e il tempo di stringere ha preso il posto di quello di lasciare. Adesso mi godo forte queste notti insonni, come le altre, ma di un colore diverso. E Aspetto altre fughe, altre notti insonni, che in futuro ce ne saranno, di sicuro. Ma mi metto delle pantofole comode, perché adesso so che le accoglierò con questa convinzione che mi ronza in testa, per l’appunto, come una piccola ape furibonda.

domenica 18 ottobre 2009
Ieri
Writing frightening verse
To a buck-toothed girl in Luxembourg
ASK ME, ASK ME, ASK ME!

Anime fiammeggianti attonite, squarciato il velo della cecità. A mezzo cielo in vuoto denso d'inganno figurativo, tra ciò che hanno distrutto e ciò che non gli toccherà
Si dice che si nasce soli, e si muore da soli. Non è tutto, credo. Anche quando si sogna si sogna da soli. In un mondo abitato da fate, in cui Pollyanna regna sovrana, gli oceani sono puliti, tutti vivono in pace e c'è sempre un bel sole...in quel mondo, che gran bella avventura io e te insieme. Ma dispetto delle apparenze, so distinguere bene il mondo reale dal fantabosco.
aspetta chi è aspettato, che sia compiuta l'attesa di chi attende. Non sono strutturato in modo di poter reggere per molto tempo ancora.

Anima fiammeggiante soffoca, smaniosa d'aria non ce la fa. Giorni spremuti e notti attinti a un pozzo profondo millenni.
Credevo ci fosse una specie di guerra preventiva, una sorta di accanimento terapeutico con cui volevi proteggermi dai miei desideri. Come avrei potuto attribuirti una colpa, quando al risveglio avessi scoperto che i miei sogni non erano li accanto a me, dove li avevo lasciati? Come avrei potuto presentarti il conto di calici infranti che io, solo, ho consumato?
sotto la calma apparente un assordante frastuono, dissonanze chiassose e confuse, armonie affannate sconnesse, leggere increspature agli orli.

Anima fiammeggiante zoppica, zoppica brace non sa se ce la fa. Un gioco antico, un bel gioco, pericoloso solo per sé.
I regali, i complimenti, frasi stupide, i baci, le carezze, la voglia di stare con te, tutto questo sono io. Rispondimi cinquanta no. Ma lasciami la naturalezza di continuare a dire cinquanta volte si. Nessun bisogno di stringere, nessun progetto preconfezionato, arredato in solitaria, in cui incastrarti a forza. Io scopro ogni giorno Te. Non mi serve altro. Poiché credo in Noi. Non ho bisogno di altro.
alimentare catena implacabile: pause tranquille atte alla digestione, intransigenze mute, rabbiose devozioni.

Ieri, ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più.
Oggi, lasciando perdere attese e ritorni, ho aperto gli occhi dall'orlo increspato, e ho visto l'alba blu.
giovedì 15 ottobre 2009
Miele amaro
Regy, andiamo al cinema stasera, vieni?
...no....
Regy, andiamo a fare un giro in Vespa, vieni?
...no...
Regy, andiamo a cena dai Calabroni e poi guardiamo un dvd, vieni?
...no...
Ma guardiamo Ecce Bombo…
Ho detto di nooooo!!
Molte delle mie compagne credono che io prenda troppo sul serio l’investitura regale che madre natura mi ha affidato, sospettano che mi sia lasciata abbagliare dal mio rango, fino a diventare tristemente snob ed asociale. Le pareti della mia cella sono così sottili, che non servono Cimici, a sera, per scoprirle a parlare alle mie spalle. Non posso fare a meno di sentire il loro ronzio da Zanzare Tigri:
sempre a tirarsela! Ma bada, che prima o poi la Ragnatela si rompe..
Ma andasse a farsi prendere a calci nel sedere da un Millepiedi!
E mi daranno il benservito. Condanna a morte per iniezione letale. Funerali di stato. Una bella statua di Cera d’api da fare invidia a Madame Thoussaud. E via…ferormoni nuovi vita nuova, altro giro altra corsa…il grande circo della vita.
….Ma che ne sanno loro, cosa vuol dire esser Regina.
Erano tutte contente, quel giorno.
C’era un gran sole, questo me lo ricordo, tant’è che tracciare le rotte per le Bottinatrici era un gioco da larve. All’ingresso dell'alveare, accanto alle Guardiane, c’era bisogno delle Ventilatrici per rinfrescare i favi e i melari, dal caldo che faceva.
E qualcosa di vecchio?!
E qualcosa di nuovo?!?
E qualcosa di prestato!?!?!
La giarrettiera! non dimenticarti la giarrettiera!!!
sospiravano,
Vedrai. Il volo nuziale è un'esperienza indimenticabile!
dicevano,
il giorno più bello
dicevano,
te ne ricorderai per il resto della tua vita!
Io ero un po’ spaesata a giro per il bosco, per la prima volta…mi sentivo come Cappuccetto Rosso. Intimorita, timida, e così goffa…nessuna delle mie sorelle ha un sederone come il mio.
Pensavo al Fuco che avrei incontrato. Cercavo di immaginarmelo.
Mi ritrovai in uno spiazzo, vicino ai castagni. Rallentai, stranita, come appena risvegliata dal sonno, perché colpita dal silenzio irreale che improvvisamente era calato.
Quando torni a casa non voli veloce e sicura come quando sei partita. Bruciano gli occhi, ma per il pianto, non per il vento. Non hai voglia di parlare.
mercoledì 7 ottobre 2009
Quando tutto diventò Blu

Ogni mattino, al risveglio, impiegava un minuto ad imparare da capo a leggere le lancette dell’orologio. Dalla finestra filtravano i raggi di un strana luna, molto più luminosa e decisamente meno discreta di quella che aveva salutato, nel cielo, la sera precedente. Non le piaceva. Qualcuno, poi, le baciava via il sonno dagli occhi. Il tempo di un risolino e P.G. si rivestiva di corsa. Lasciando il letto profumato e disfatto, e una sete che so non mi lascerà più.
Miele nel vino tu sei, piccola Venere.
L'indifferenza ti fa altissima.
lunedì 28 settembre 2009
Servi del dio Pan
Perché mai a me questa paura,
stabilmente, come un guardiano
davanti al mio cuore profetico
non pagato, pronuncia profezie,
né posso io scacciarlo come si fa
con sogni confusi, in modo che
(Eschilo, Agamennone)
La paura ti stringe le palle e ti trascina sotto, in una palude di acqua pulita, perché i tuoi occhi devono poter vedere. Dove il sole è rotto in decine di crepitanti riflessi argentati. Dove il blu è un muro sordo di gelatina. Un silenzioso abbraccio che ti uccide dolcemente. La più inesorabile assenza di rumore che vanifica ogni sforzo di fiato.
La paura è ricordo. Sensazione che ti guida per mano in momenti conosciuti.
Il mal di pancia di un’indigestione, ammantata di sudore freddo. La minaccia di un conato di vomito che non arriva mai. E arriverà.
La nausea prima di andare in scena. Coronata dalla processione plumbea di aghi luminosi in fila indiana. Gocce di mercurio liberate da un termometro rotto. Dalla vescica ai reni.
Un calderone nero. La pancia di una strega. Ribolle prima di un esame. Orologi inceppati dietro le scritte sulla porta. Con la compagnia di vasi di porcellana fredda che non sembra bastare mai.
La paura arriva quando sbuca dietro l’angolo di un pensiero l’immagine di Te, che ti presenti pedalando, accompagnata da idee che mi prometto di non pronunciare per molto tempo ancora.
La paura da peso alle cose. Valore. La paura permette di misurare tutta la bellezza di una intera serata insieme a Te. Giochi con cui mi sorprendi alle spalle. Ore a cui non credevo più.
Allora, per un attimo stremato, riesco anche a sorridere e a rendere grazie per questa paura, fintanto, dietro ai suoi veli, si può intravedere danzare questo vizio che mi ucciderà ancora molte volte, e che non voglio smettere più.
domenica 13 settembre 2009
Frozen

Congelato. Il filo del discorso che unisce le storie con cui ho arredato questo spazio, che da un po’ di tempo non riannodo più. Come non avere più parole da dire. O come se queste bruciassero così amare in gola, come un sorso di grappa, da dover lasciare al palato qualche minuto di silenzio e apnea, per abituarsi, prima di poter pronunciare qualsiasi altra cosa.
Congelato. Come compiti ancora da finire che restano salvati sul portatile, e che avanzano stancamente, come un guerriero sporco e sudato che cerca claudicante la strada di casa, dopo che la guerra è finita da un pezzo.
Congelato. Come in attesa di una risposta che non arriverà mai, rimbalzato da un Godot all’altro, salutare qualcuno che parte e che «magari» non sarebbe tornato più.
Congelato. Come davanti a frasi criptiche capaci di riattizzare di linfa e miele nuove fantasie, ma isolate e sorde come un sasso gettato in uno stagno, buone solo a far partorire nuove idee balzane, ridicole imprese cavalleresche, progetti di nuovi arrembaggi discreti ad una nave che credevo avrebbe portato lontano. Trombe alle quali non verrà dato mai fiato.
Congelato. Come ad aprire la porta e trovarsi a far gli onori di casa ad un vecchio nemico, silenzioso e strisciante, di cui si erano perse le tracce da un bel po’ e che credevi gettato ormai alle spalle.
Congelato. Come davanti ad un autunno che si è presentato senza avvisare, dalla sera alla mattina, e con tutti i sentimenti, alzando un vento che, già, fa pensare e fa vestire da inverno.
Congelato. Con la netta sensazione che questo vento si sia portato via, insieme all’estate, anche tutte le fragole. Con gelato.