domenica 21 marzo 2010
giovedì 18 febbraio 2010
Disorder
Nei giorni scorsi sono tornato dal tedesco.
Se non le fai alle soglie dei trent'anni bischerate come mettersi due piercing, non le fai più. D'altronde ad averle fatte quando si era ragazzi, sarebbero stati boni tutti, no?
Comunque quando l'ago entra nella carne fa lo stesso rumore di un piede che affonda nella neve.
Dice sono cerimonie di iniziazione.
sabato 6 febbraio 2010
Se non puoi evolverti, cerca almeno di estinguerti con classe.
Un'amica, sicuramente più cara di quanto non dica la sporadicità delle nostre frequentazioni, una volta ha detto: "Non è che non stia scrivendo, sto solo pensando" (CIT.).
Ecco, adesso potrei dire la stessa cosa, se non fosse che io mi sforzo esattamente del contrario, di non pensare, di non comunicare, di non esprimere questo silenzio, così duro da raccontare.
Continuo a fuggire. Dannato figlio di puttana. Dove credi di scappare? La persona che amo è uno specchio che mi schiaccia la faccia alle mie (ir-)responsabilità. Ho sempre sofferto le sue fughe, come sopportare me stesso, che sono sempre fuggito, forse, più di lei? Fughe con disonore. Fughe da fermo. Io stavo li, ma invisibile, nascosto dietro al mio terrore. Affetto dallo psicodramma della talpa di Jodorowsky (El topo), un animale che scava gallerie sottoterra, il cui unico obbiettivo è vedere il sole. Talvolta il sentiero lo conduce in superficie. Quando vede il sole diventa cieco.
Non ho trovato niente di più intelligente da dire se non negare, dirle che "tutto sommato non è che sia così innamorato", che non ci penso al futuro, che mica mi preme spingere per dare una direzione a questo rapporto, sto solo facendo di tutto per risolvere i miei problemi, quello si, e poi? continuare a sparire ogni volta che lascio quella casa, convinto che sia quello che vuole, convinto di recitare la parte che lei mi ha assegnato, che si tratti solo di un profondo rispetto per la sua indipendenza. Ma lei lo sa che è così? o vede solo uno stronzo che scappa, o peggio ancora, che si fa i cazzi suoi? Come faccio a spiegarle che nei giorni che seguono, quando rimastico e mi godo in silenzio la notte trascorsa con lei, le sono più vicino che mai, persino più di quando tremo al suo fianco? finalmente al sicuro dal mal di pancia, impertinente, che estorce la mia attenzione, e dalla forza dei suoi abbracci e degli sguardi con cui mi sconvolge ogni volta, come faccio a dirle che è l'unico momento in cui posso farmi accarezzare senza sentire male?
Eroe distratto. Vorrei essere un Orfeo malato che da forza e coraggio al suo canto eccelso, affidare alla mia lira dolce le canzoni che ti ho nascosto. E invece sono un'Euridice, fredda, addormentata nel suo inferno dorato. Gettate alle ortiche i miei intrugli erboristici e iniziato finalmente al tepore delle Benzodiazepine. Le unghie rotte, a forza di scavare questo fondo, inchiodato con queste stesse mani. Come un principiante in una partita a scacchi, sento il ticchettìo di una trappola che scattaerà, da un momento all'altro. No, non ci saranno molti appelli ancora. Nessuna scelta. Andare una volta per tutte incontro alla mia paura di perdere il controllo, accettarne qualsiasi prezzo, spettro delle possibilità: morire, perdermi, il ridicolo, soffrire, svegliarmi da solo in una terra straniera...non ho ancora capito quale sia il mostro da cui sto scappando. Quello che è certo è che se non accetterò di sfidarlo, lo incontrerò molto presto, consegnato al nemico in una busta di plastica. Senza colpo ferire.
Ecco, adesso potrei dire la stessa cosa, se non fosse che io mi sforzo esattamente del contrario, di non pensare, di non comunicare, di non esprimere questo silenzio, così duro da raccontare.
Continuo a fuggire. Dannato figlio di puttana. Dove credi di scappare? La persona che amo è uno specchio che mi schiaccia la faccia alle mie (ir-)responsabilità. Ho sempre sofferto le sue fughe, come sopportare me stesso, che sono sempre fuggito, forse, più di lei? Fughe con disonore. Fughe da fermo. Io stavo li, ma invisibile, nascosto dietro al mio terrore. Affetto dallo psicodramma della talpa di Jodorowsky (El topo), un animale che scava gallerie sottoterra, il cui unico obbiettivo è vedere il sole. Talvolta il sentiero lo conduce in superficie. Quando vede il sole diventa cieco.
Non ho trovato niente di più intelligente da dire se non negare, dirle che "tutto sommato non è che sia così innamorato", che non ci penso al futuro, che mica mi preme spingere per dare una direzione a questo rapporto, sto solo facendo di tutto per risolvere i miei problemi, quello si, e poi? continuare a sparire ogni volta che lascio quella casa, convinto che sia quello che vuole, convinto di recitare la parte che lei mi ha assegnato, che si tratti solo di un profondo rispetto per la sua indipendenza. Ma lei lo sa che è così? o vede solo uno stronzo che scappa, o peggio ancora, che si fa i cazzi suoi? Come faccio a spiegarle che nei giorni che seguono, quando rimastico e mi godo in silenzio la notte trascorsa con lei, le sono più vicino che mai, persino più di quando tremo al suo fianco? finalmente al sicuro dal mal di pancia, impertinente, che estorce la mia attenzione, e dalla forza dei suoi abbracci e degli sguardi con cui mi sconvolge ogni volta, come faccio a dirle che è l'unico momento in cui posso farmi accarezzare senza sentire male?
Eroe distratto. Vorrei essere un Orfeo malato che da forza e coraggio al suo canto eccelso, affidare alla mia lira dolce le canzoni che ti ho nascosto. E invece sono un'Euridice, fredda, addormentata nel suo inferno dorato. Gettate alle ortiche i miei intrugli erboristici e iniziato finalmente al tepore delle Benzodiazepine. Le unghie rotte, a forza di scavare questo fondo, inchiodato con queste stesse mani. Come un principiante in una partita a scacchi, sento il ticchettìo di una trappola che scattaerà, da un momento all'altro. No, non ci saranno molti appelli ancora. Nessuna scelta. Andare una volta per tutte incontro alla mia paura di perdere il controllo, accettarne qualsiasi prezzo, spettro delle possibilità: morire, perdermi, il ridicolo, soffrire, svegliarmi da solo in una terra straniera...non ho ancora capito quale sia il mostro da cui sto scappando. Quello che è certo è che se non accetterò di sfidarlo, lo incontrerò molto presto, consegnato al nemico in una busta di plastica. Senza colpo ferire.

Ormai di carte da giocare ne son rimaste davvero poche. Spero che questa consapevolezza mi dia la disperazione sufficiente a sputare l'acqua salata dai polmoni. Tossire. Reagire. Avere il coraggio, perlomeno, per una fine rocambolesca.
giovedì 14 gennaio 2010
Calma e gesso
Ricomincia la corsa idiota. Quella su un tapis roulant, o una ruota da criceto se si preferisce, che non fa spostare di molto dalla posizione iniziale. Anno nuovo vita vecchia, si potrebbe dire, con l'aspettativa, in più, che tutti 'sti grappoli verdi si decidano a farsi succosi, in questa ottima annata, come minacciavano, come si facevano desiderare, e possibilmente prima di diventare direttamente aceto.
Ancora mi barcameno tra una Matrioška e un divertente gioco di scatole cinesi. Imparo a carezzare il manto peloso di nausee nuove. Mi meraviglio delle meraviglie del grottesco creato della mia fantasia perversa, sogni didascalici: un inconscio maturo saprebbe fare molto, molto di più.
Aspetto.
Calma e gesso.
Questa tesi è una camera a gas, un palazzo che crolla in città. Questa tesi è una finta sul ring. Una scena al rallentatore.
I miei giorni sono una trincea. E come loro molti rapporti con le persone a me vicine, per non parlare di quelle che non sento da un po'.
Ci vorrebbe uno stuolo di mozziconi di sigarette a terra, e un po' di luce giallastra, almeno tutto quanto prenderebbe un tono da film noir, affascinante alternarsi di dialoghi secchi, in stile Bogart.
Peccato mi manchi le phisic du role, o più semplicemente la faccia di culo.
Piuttosto, se mi cerchi, sono a casa mia. Svenuto sul pavimento.
Qualche proposito per il 2010?

"...Puoi ridarmi il cuore per favore? puoi ridarmi il cuore per favore?
Prego?
ho detto, puoi passarmi il vino, per favore?..."
martedì 29 dicembre 2009
Piovono pietre da un cielo di cotone
Questa era la realtà. Una realtà con cui, una volta o l'altra, bisognava pur decidersi a fare i conti. E questa realtà raccontava in giro che non c'era alcun futuro per noi. No. Solo un'eterno presente, sospeso, liquido amniotico, come un dolore straordinariamente dolce. Questa era la realtà.
La realtà. In un paese civile, la realtà, dovrebbe essere proibita.

Aveva appena riagganciato, e diceva a se stesso:
"Visto?...Non mi ha fatto male".
Cinque minuti più tardi, poteva sentire l'uggiolina gelatinosa che colava, sgocciolante, tra il petto e lo stomaco. In certe circostanze, il modo in cui è fatto il cuore, ricorda da vicino un Uovo. Una piccola crepa sul guscio lascia colare, giù, il suo albume.
Lentissimamente.
venerdì 4 dicembre 2009
L'amore ai tempi dell'H1N1
lunedì 23 novembre 2009
La direzione si scusa per il cambio di direzione
Ebbene d’ora in avanti dovrò fare a meno di una certezza tanto imperfetta, uno straniero m’ha invaso, d’ora un avanti “IO” chissà chi è.
(Gesualdo Bufalino, L'uomo invaso)
Al parco, una domenica di sole di fine dell’autunno. Il sole non scalda veramente, intiepidisce. Per terra, tra le foglie secche, gialle, le ombre si distendono lunghissime. I bambini, giocando come i cani, le rincorrono divertiti, quasi fossero giganti che non spaventano più. Tira un po’ di vento, che raffredda il sudore sulla schiena, la punta del naso e le guance bruciano arrossati. Su un girello che dovrebbe essere azzurro, non proprio arrugginito, ma dalla vernice scartocciata, dondola un bambino solitario. Ha indosso un costume rosso, da Jolly. Un collare e un cappello a sei punte, con campanellini sonanti che tintinnano giù. Ogni tanto si da una spinta per continuare a girare.
Si dice che talvolta chiudere gli occhi sia il modo migliore per vedere più chiaro. Das Innere Auge.
Gli occhi li chiudo forte. Ma non trovo ancora la chiarezza che cercavo. Ogni punto esclamativo acquistato al mercato delle pulci, finisce per arricciarsi in un punto di domanda, sorpreso dall’umidità di questo fiato grosso che appanna gli occhiali.
Seduto su quella stessa giostra. Ma questa gira sempre più stancamente, sotto i colpi di spinte distribuite, oramai, prevalentemente a casaccio, random, assolutamente orfane della certezza di chi sa che cosa ci vuole, cosa sta facendo, e perché.
Ora scrivo la tesi con la testa sott’acqua, ma francamente ignaro della direzione in cui i miei discorsi andranno a parare. Ora non scrivo più una riga per tre settimane.
Mollo il teatro, mi avventuro tra yoga e corsi di cucina, consumo e sostituisco inutili ampolle di fiori di Bach, sfogo frustrazioni e inoculo germi in una palestra di nazisti.
Prima cerco di aggiustare conti col passato, rimandati oltre ogni dignità. Poi cerco di ristabilire i contatti con quello che una volta facevo e che ora mi paralizza, con quella leggerezza e quella spontaneità soffocata da giudici severi che pretendono la più austera perfezione da me, allungano sulla mia fronte una fredda carezza, e poi si guardano la mano.
Adesso scavo e cerco questo fondo. Dov’è questo fondo da toccare e risalire, o da sfondare e proseguire dritto? Dove sono quelle parti di me che ho perso, a cui ho rinunciato, perché non volevo più fare del male, e la cui assenza adesso mi impedisce di fare il mio bene? Quanti errori mi sono concessi ancora, e quanto tempo per riparare a questi errori? E tutto il tempo generoso del mondo, sarebbe sufficiente, senza sapere da che parte cominciare?
Con tempismo irriverente che fa pensare a coincidenze o somatizzazioni, si susseguono le febbri. E io ne approfitto per staccare un poco la spina da questi pensieri confusi, almeno il tempo necessario a guarire, perché il greto di questa ricerca ossessiva sembra spingermi nulla più che in equilibrio su un burrone di follia. E allora non pensare, perché ci sarebbe solo bisogno di fare, e pensare a fare, senza avere idea di cosa fare.
Al parco, una domenica di fine autunno, ha cominciato a piovere. Un girello che dovrebbe essere azzurro, non proprio arrugginito, ma dalla vernice scartocciata. Nessuno è seduto la sopra, nessuno, più, dà spinte confuse. Cigolìo claudicante. Si è già fatto buio, è calata la sera, e cadono altre gocce, e cadono altre foglie gialle, su di una domenica, caduta pure lei, all’indietro. Che in ogni caso non tornerà più.
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