domenica 17 maggio 2009

Ho portato il sogno. Tu ce l'hai il cassetto?



Talvolta in sogno mi fanno visita luoghi mai visti, volti sconosciuti, che si relazionano con me in un modo così discinto e familiare che vien da ritrarsi un poco per tanta confidenza.
Comincio a pensare si tratti di sogni di seconda mano, abbandonati dai legittimi proprietari, ributtati nel mondo, come roba vecchia, scolorita, venduti a saldo in un mercato domenicale di provincia.
Per carità. Vorrà forse dire che i sogni, a questo mondo, son merce preziosa e rara, tale che nessuno può permettersi il lusso di gettare nella spazzatura una volta passati di moda, o lasciare sprecati in un garage dopo un solo giro di valzer, una notte.
Ma, a dirla tutta, certi risvegli mi lasciano anche col sopracciglio aggrottato.
Che idea devono essersi fatti di me?
Costretto a raccattare le briciole di chi ha scosso la tovaglia dopo un lauto pasto, neanche fossi un merlo che saltella in terrazza, con un cuore troppo piccolo per far sogni per sé.


sabato 9 maggio 2009

Bisognerebbe imparare(come si sta al mondo)dai film


...Qui portano tutti una maschera?




Ma certo!

Come sai se sei triste o allegro
senza una maschera?

O arrabbiato?


O affamato di dolci?


....io ho una faccia....


venerdì 1 maggio 2009

Era de Maggio



Buon Primo Maggio

sabato 25 aprile 2009

Resistere, resistere, resistere.


Oggi si celebra la Liberazione dal nazifascismo.


“I nuovi capi hanno facce serene e la cravatta intonata alla camicia”, e parlano in TV dal pulpito di luoghi che non gli appartengono, e che nonostante il loro zelo mai gli apparterranno, perché a suo tempo scelsero la parte sbagliata. Ancora oggi tentano di farci credere, come altre volte in passato, che Cristo è morto sullo scooterone, e si affannano a mescolare di soppiatto, una mandragola nel Pantheon dei martiri civili che hanno pagato il loro impegno con la vita. Personaggi che niente affatto una mattina si sono svegliati e hanno trovato l’invasor, ma che erano ben svegli la sera prima e gli hanno preparato anche un rinfresco e festosi comitati di benvenuto. Ci mancherebbe. Il revisionismo è parte indispensabile del mestiere dello storico, si potrebbe dire il motore stesso del suo lavoro, incarnato nell’instancabile ricerca della verità finché morte non ci separi, in un’incessante affanno a rinsaldare gli anelli mancanti, a illuminare gli angoli bui della memoria. Ma questo non credo li autorizzi ad illudersi che sia sufficiente stendere una pezza tricolore sopra ad un cumulo di letame per non sentire puzzo di merda, ne’ che basti appoggiarci un fiocco per convincerci che sia un regalo.

Detto questo, mi rivolgo al presente, e alle nostre vite quotidiane, certo, forse non nobili come quelle che oggi ricordiamo, ma che sono le nostre. Si sa, dopotutto, che la storia tende a ripetersi, ancorché ci presenta la seconda volta in farsa quello che la prima volta ci aveva offerto in tragedia. Ma ancora fischia il vento e infuria la bufera e ancora, per altri boschi e per altre montagne, siamo invitati a indossar le scarpe rotte eppur bisogna andar.
La nostra primavera da conquistare è qualcosa di intimo e di privato, ci impegna contro fascismi silenziosi, che ogni giorno cercano di insidiare quella mandragola fin dai nostri pensieri, quando abbiamo paura di perdere il nostro benessere ereditato, quando lasciamo galoppare la nostra parte intollerante, quando ingaggiamo al volante duelli d’onore per mancate precedenze ad una rotonda.
Non dobbiamo abbassare la guardia, anche quando il nemico sembra ridicolo o familiare, anche quando sembra arginabile fintanto è dentro di noi.
Non dobbiamo smettere di mostrare i denti, anche se il nemico non mostra la sua faccia, ma si cela in uno stato d’animo, un torpore che ci avvolge e ci seduce, una tristezza che ci attanaglia e ci toglie le forze.
Non dobbiamo mollare, nasconderci bene quando non abbiamo carte da giocare, ma sapendo anche venire fuori, quando è il momento di far sentire irriverente tutto il nostro squillante fragore.

Io oggi salgo in montagna, e mi impegno a resistere.


Tutte le volte che faccio di me il maggiordomo di un Giardino Zen capovolto, in cui più te ne prendi cura e più ne esci stressato.

Con le mie ossessive-compulsive Ronde, da un angolo all’altro della rete, che farei bene a cancellare dal decreto legge sulla (mia)sicurezza mentale.

Davanti alle mie autolesionistiche costruzioni mentali, realizzate con calcestruzzo impoverito, destinate come tali, scosse o non scosse, a crollarti addosso.

Tenermi stretto il profumo dei fiori delle mie piantine, persone squisite che non finirò mai abbastanza di ringraziare il cielo per avermi regalato: quelle appena spuntate, che necessitano ancora di molta cura per crescere forti, quelle che forse temono di essere destinate ad appassire perché annaffiate con trascuratezza, e quelle che, come piantine grasse, son sempre rigogliose perché si accontentano di poco, ma sanno che valgono molto.

"..occorre essere attenti per essere padroni di se stessi
occorre essere attenti
occorre essere attenti occorre essere attenti e scegliersi la parte
dietro la Linea Gotica.. "

Resistere, resistere, resistere.

giovedì 16 aprile 2009

Manifesto Dada




Occorre animare l'arte con suprema semplicità: novità. Si è umani e veri per divertimento, si è impulsivi e vibranti per crocifiggere la noia. Ai crocicchi delle luci, vigili e attenti, spiando gli anni nella foresta. Io scrivo un manifesto e non voglio nulla e tuttavia dico certe cose e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principii...

 

Il modo di guardare con rapidità l'altro lato di una cosa per imporre indirettamente la propria opinione si chiama dialettica, ossia il modo di mercanteggiare lo spirito delle patate fritte ballandovi intorno la danza del metodo..

 

La scienza ci dice che noi siamo servitori della natura: Tutto è in ordine, fate pure l'amore e rompetevi le teste; continuate, ragazzi, unomini, gentili borghesi, giornalisti vergini... Io sono contro i sistemi: l'unico sistema ancora accettabile è quello di non avere sistemi. Completarsi, perfezionarsi nella nostra piccolezza sino a riempire il vaso del nostro io, coraggio di combattere per e contro il pensiero, mistero del pane, disincaglio improvviso di un'elice infernale verso elisi di poco prezzo...

 

L'arte è una cosa privata e l'artista la fa per se stesso; un'opera comprensibile è un prodotto da giornalisti [...] l'artista elogiato dai giornali, constata la comprensibilità della sua opera: miserabile fodera di un mantello destinato all'utilità pubblica; cencio che ricopre la brutalità, piscio che collabora al calore d'un animale che cova i suoi bassi istinti, flaccida e insipida carne che si moltiplica con l'aiuto dei microbi tipografici. [...] Incoraggiare una simile arte vuol dire digerirla. Ci occorrono opere forti, schiette, precise, e più che mai incomprensibili. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa...

 

...ciò che c'è di divino in noi è l'inizio di un'azione antiumana...

 

 DADA DADA DADA, urlio di colori increspati, incontro di tutti i contrari e di tutte le contraddizioni, di ogni motivo grottesco, di ogni incoerenza: LA VITA

 

L'orgoglio è la stella che sbadiglia e penetra attraveerso gli occhi e la bocca. Essa appoggia e s'affonda, sul suo seno sta scritto: tu creperai. E' il suo unico rimedio. Chi può credere ancora nelle medicine? Io preferisco il poeta che è come un peto in una macchina a vapore. E' dolce, ma non piange; pulito e semipederasta, galleggia. D'altronde mi disinteresso completamente di entrambi. Non è un caso affatto necessario che il primo sia tedesco e il secondo spagnolo. E' ben lontana da noi l'idea di scoprire la teoria della probabilità delle razze e l'epistolario perfezionato dell'amarezza...

 

Ognuno di noi ha commesso degli errori, ma il piu grande degli errori è aver scritto poesie..  

 

IL PENSIERO SI FORMA IN BOCCA.

Mi trovo sempre molto simpatico,

 

Un'amico mi ha detto:

il trasalire

                         NON E' CHE LA

 il chiromante

                                                           buongiorno

MANIERA IN CUI SI DICE                                       E CHE

                                                           buonasera

DIPENDE DALLA FORMA DATA

al proprio miosotis

ai propri capelli

 

E io gli ho risposto: 

                                      idiota

HAI RAGIONE                                PERCHE'

                                    principe

                                                           contrario

IO SONO PERSUASO DEL

                                                          tartaro

naturalmente

                          NOI NON ABBIAMO

noi esitiamo

ragione. Io mi chiamo

                                             L'ALTRO.

desiderio di conoscere"

 

e ciònonostante mi trovo sempre molto simpatico.

 

"Chi è contro DADA, è con me", ha detto un uomo illustre, ma è morto sul colpo. L'hanno sotterrato come un vero dadaista. Anno domini Dada. Diffidate e ricordatevi questo esempio.

 

C'è della gente che spiega perchè ce n'è dell'altra che impara. Sopprimete entrambe e non resterà che Dada.

 

L'uomo intelligente è diventato un uomo completamente normale. Ciò che ci manca, ciò che presenta interesse, ciò ch'è raro perchè possiede le anomalie di un essere prezioso, la freschezza e la libertà dei grandi anti-uomini, è L'IDIOTA

Dada lavora con tutte le sue forze per l'instaurazione dell'idiota in ogni luogo. Coscientemente, però. Ed egli stesso cerca di divenirlo ogno giorno di più.

 

Dada non è una dottrina da praticare, è una dottrina per mentire: un affare che rende bene. Dada fa dei debiti e non vive su dei cuscini. Il buon Dio ha creato una lingua universale ed è per questo che nessuno lo prende sul serio. Una lingua è un'Utopia. Dio può permettersi di non avere successo: anche Dada. E' per questo che i critici dicono: Dada fa del lusso, Dada è in fregola. Anche Dio fa del lusso, oppure è in fregola. Chi è che ha ragione: Dio, Dada o la critica?

-Voi uscite dall'argomento.. - mi dice un gentile lettore. Ma nient'affatto. Io volevo soltanto arrivare a questa conclusione: sottoscrivete Dada, l'unico prestito che non rende nulla.

 

E ancora una volta io mi trovo veramente simpatico

 

Tristan Tzara

domenica 12 aprile 2009

Ogni epoca ha gli eroi che si merita


Oggi ho aperto l'uovo di pasqua. Desideravo trovarvi un Pony.



Invece, c'erano un paio di Jeans di Roberto Cavalli.

mercoledì 8 aprile 2009

Yesterday I woke up sucking a rabbit

Everything in its right place... (CLICK)

Quando si va nella Svizzera verde si ha sempre la suggestione di uscire dall’Europa, per scherzo. Sarà il fogliettino giallo che ti fanno compilare per la dogana, sarà quel mito di neutralità di cui si è sempre sentito parlare, sarà il ricordo di cartine geopolitiche multicolori, con questo buco nero in mezzo, che da piccolo non ti sai spiegare, ma fa una certa impressione. E già fantastichi su terre vergini inesplorate, sfuggite alla cattura di geografi e pionieri, immagini un posto esotico e misterioso, popolato da chimere e fiere mitologiche. Allora è inevitabile crescere con questa aspettativa, e anche da adulto ti presenti in terra elvetica condizionato, incapace, nei tuoi giudizi, di essere neutrale. Eh, già. Mica sei Svizzero. Così le cerchi dappertutto, certe conferme, l’eco di un’Inghilterra continentale, tracce dell’ostinazione di chi ci tiene ad essere diverso per forza.
Per questo fai Sì-Sì con la testa e indossi il sorriso sornione di chi la sa lunga, non appena ti imbatti nelle prove di quell’originalità:
Vai ad infondere un “banale” tè Lipton e scopri che la bustina ha una forma piramidale, dicono, per rispettare meticolosamente, oltre ai Diritti Umani, anche le proprietà di ogni singolo frutto rosso che compone la deliziosa bevanda.
Ti ritrovi in mezzo a tre uomini, in fila alla toilette, con davanti a te la porta socchiusa del bagno delle signore, libero, che ti guarda beffardo.
Ti siedi alla tranquilla Livresse (CLICK) e ordini un caffé che non ti viene servito in vetro, come lo prendono gli intenditori, ne’ men che meno in una banale tazza di ceramica, ma bensì in pietra, come una volta (si presume all’incirca 7500 anni fa). Pare che nel Neolitico i primitivi si sveglissero con una forte voglia di caffè. Il primo ominide che inventò una forma rudimentale di caffè lo assaggiò e disse: “manca lo zucchero”. Lo zucchero però non era stato ancora scoperto, e nemmeno la panna e il latte montato per macchiare il caffè, così l’usanza di bere caffè in pietra cadde in disuso per molti secoli. Almeno fino a quando i veneziani non introdussero in Europa la crema d’Arabia, servita però, furbescamente, in vetro, per rilanciare l’economia di Murano, allora duramente colpita dalla crisi. Ebbene, oggi, finalmente, quell’antichissima tradizione rivive. In Svizzera, quando una donna incinta sale sull’autobus, si offre di guidare, e l’autista le fa posto.
Ginevra è una città di un provincialismo cosmopolita, fatto di CORTE file di auto nel traffco, Tram QUASI stipati di gente, e di anziani che NON si lamentano per il tempo e che vanno dicendo in giro che si sta meglio ORA di quando si stava peggio. I suoi cittadini hanno un senso dell’umorismo talmente sviluppato che anche l’amministratore di un palazzo abitato interamente da famiglie ebraiche, può permettersi di far installare un ascensore della ditta “Schlinder’s LiFt” senza essere tacciato di insensibilità o macabro sarcasmo.
Ben presto, però, ti accorgi che, in fin dei conti, è meglio non farsi troppe aspettative sulle cose. Al momento che scopri che persino in Svizzera ti puoi imbattere in un Bancomat fuori servizio e che se, pieno di golosa attesa, ordini una cioccolata calda, ti vedrai arrivare una specie di tazza di latte e Nesquik. C’aveva visto lungo una vecchia pubblicità (CLICK), avrebbe dovuto aprirci gli occhi sul fatto che se desideri un calice di cioccolato nero, denso e corposo, non lo “Swhuizzèro” devi chiedere, ma quella che, ironia della sorte, loro chiamano “Chocolat italien”.

Le lunghe attese l’incombente trepidazione, ma è vero che grandi aspettative ingannano e chi troppo abbraccia, nulla stringe.

Ma io cosa ci sono andato a fare a Ginevra?
È semplice. Dovevo accompagnare un adorabile coniglio che ha deciso di recarvisi per riabbracciare un vecchio amico.

Tippete, questo è il nome del coniglio, è stato molto contento della mia compagnia, e questa vacanza ci ha fatto diventare ancora più amici. Finora, infatti, ci frequentavamo prevalentemente per andare insieme a teatro, o ai concerti di Capossela. I viaggi invece, si sa, uniscono, e fianco a fianco abbiamo fatto un sacco di cose: siamo andati a mangiare la fonduta in riva al lago, abbiamo riso e preso per il culo i conigli pasquali in vetrina,


abbiamo fatto incetta di cartoline francesi, alle quali ne’ io ne’ lui sappiamo resistere, ci siamo spaventati quando un polpo viola ha cercato di aggredirci,


e siamo rimasti sollevati quando abbiamo scoperto che “Chez ma cousin(CLICK) On Y mange du poulette, ma nessuno mangia i conigli.

Tippete mi ha detto di essere stato molto felice di aver riabbracciato il suo amico.


Inizialmente era un po’ nervoso, perché in passato gli era successo di cadere nel tranello di coltivare l’aspettativa e poi rimanere deluso. Tornarsene a casa a braccetto con paranoie ed il suo vacuo senso di inadeguatezza. Maledire le strade che si dividono e il non sapersi sentire a proprio agio nei rapporti a distanza. Specie con le persone che sono solite esprimere i propri sentimenti in modi e quantità diverse da come è abituato a fare lui, che scherzano in continuazione, rimbalzando da un entusiasmo all’altro, e che qualche volta si scordano di dargli attenzione. Facendogli credere che forse, in fondo, a loro non importa molto di quegli amici lontani, che stanno dall’altra parte, sentono la mancanza, e subito dopo si sentono stupidi per quello che hanno sentito. Invece, stavolta Tippete l’ha capito, perché Tippete non è solo un coniglio, ma anche un coniglio furbo, e così ha imparato a non farsi precedere dalle sue aspettative.
Questo è forse il trucco che sta dietro la magia di molte cose.
Uscire di casa senza zaino, senza la smania di prevenire quel che servirà in viaggio, preoccupati di non farsi cogliere impreparati e portarsi dietro l’occorrente, bensì partire freschi e leggeri, pronti a farsi meravigliare senza farsi sorprendere, fiduciosi che tutto quello che puoi mettere nello zaino, è un feticcio superfluo, perché, in fondo, ce l’hai già pronto dentro di te. Frugando tra le tue conoscenze, nella tua esperienza, troverai gli strumenti (il coltellino svizzero??) per scardinare qualsiasi imprevisto e adeguarti ad ogni situazione non calcolata. Lo stesso vale con le persone.

Avara la vita in due fatta di lievi gesti, e affetti di giornata, consistenti o no, bisogna muoversi come ospiti pieni di premure, con delicata attenzione per non disturbare.


È un impresa nobile, lo slancio di adattamento e rispetto dell’altro, che impone non crearsi l’aspettativa. Serve coraggio, la forza di saper saltare ad occhi chiusi, e la maturità di saper mettere da parte i propri bisogni, le proprie urgenze di rassicurazione, e cercare piuttosto, placidi, senza affanno, il punto di vista della persona che si ha di fronte. Davanti a talune di queste, come avessimo a che fare con caleidoscopi luminosi, si rimane incantati dalle mille sfumature che ci possono regalare, non appena ci si decide a smettere di stringerle tra le mani e ci si accontenta di affacciarsi sulla soglia, per guardarvi dentro.
Tippete mi spiegava tutto questo, e per me c’ha ragione. E anch’io, da lui, spero di imparare. Forse un po’ in ritardo. Ma non sono un orologio. E non sono Svizzero.