mercoledì 8 aprile 2009

Yesterday I woke up sucking a rabbit

Everything in its right place... (CLICK)

Quando si va nella Svizzera verde si ha sempre la suggestione di uscire dall’Europa, per scherzo. Sarà il fogliettino giallo che ti fanno compilare per la dogana, sarà quel mito di neutralità di cui si è sempre sentito parlare, sarà il ricordo di cartine geopolitiche multicolori, con questo buco nero in mezzo, che da piccolo non ti sai spiegare, ma fa una certa impressione. E già fantastichi su terre vergini inesplorate, sfuggite alla cattura di geografi e pionieri, immagini un posto esotico e misterioso, popolato da chimere e fiere mitologiche. Allora è inevitabile crescere con questa aspettativa, e anche da adulto ti presenti in terra elvetica condizionato, incapace, nei tuoi giudizi, di essere neutrale. Eh, già. Mica sei Svizzero. Così le cerchi dappertutto, certe conferme, l’eco di un’Inghilterra continentale, tracce dell’ostinazione di chi ci tiene ad essere diverso per forza.
Per questo fai Sì-Sì con la testa e indossi il sorriso sornione di chi la sa lunga, non appena ti imbatti nelle prove di quell’originalità:
Vai ad infondere un “banale” tè Lipton e scopri che la bustina ha una forma piramidale, dicono, per rispettare meticolosamente, oltre ai Diritti Umani, anche le proprietà di ogni singolo frutto rosso che compone la deliziosa bevanda.
Ti ritrovi in mezzo a tre uomini, in fila alla toilette, con davanti a te la porta socchiusa del bagno delle signore, libero, che ti guarda beffardo.
Ti siedi alla tranquilla Livresse (CLICK) e ordini un caffé che non ti viene servito in vetro, come lo prendono gli intenditori, ne’ men che meno in una banale tazza di ceramica, ma bensì in pietra, come una volta (si presume all’incirca 7500 anni fa). Pare che nel Neolitico i primitivi si sveglissero con una forte voglia di caffè. Il primo ominide che inventò una forma rudimentale di caffè lo assaggiò e disse: “manca lo zucchero”. Lo zucchero però non era stato ancora scoperto, e nemmeno la panna e il latte montato per macchiare il caffè, così l’usanza di bere caffè in pietra cadde in disuso per molti secoli. Almeno fino a quando i veneziani non introdussero in Europa la crema d’Arabia, servita però, furbescamente, in vetro, per rilanciare l’economia di Murano, allora duramente colpita dalla crisi. Ebbene, oggi, finalmente, quell’antichissima tradizione rivive. In Svizzera, quando una donna incinta sale sull’autobus, si offre di guidare, e l’autista le fa posto.
Ginevra è una città di un provincialismo cosmopolita, fatto di CORTE file di auto nel traffco, Tram QUASI stipati di gente, e di anziani che NON si lamentano per il tempo e che vanno dicendo in giro che si sta meglio ORA di quando si stava peggio. I suoi cittadini hanno un senso dell’umorismo talmente sviluppato che anche l’amministratore di un palazzo abitato interamente da famiglie ebraiche, può permettersi di far installare un ascensore della ditta “Schlinder’s LiFt” senza essere tacciato di insensibilità o macabro sarcasmo.
Ben presto, però, ti accorgi che, in fin dei conti, è meglio non farsi troppe aspettative sulle cose. Al momento che scopri che persino in Svizzera ti puoi imbattere in un Bancomat fuori servizio e che se, pieno di golosa attesa, ordini una cioccolata calda, ti vedrai arrivare una specie di tazza di latte e Nesquik. C’aveva visto lungo una vecchia pubblicità (CLICK), avrebbe dovuto aprirci gli occhi sul fatto che se desideri un calice di cioccolato nero, denso e corposo, non lo “Swhuizzèro” devi chiedere, ma quella che, ironia della sorte, loro chiamano “Chocolat italien”.

Le lunghe attese l’incombente trepidazione, ma è vero che grandi aspettative ingannano e chi troppo abbraccia, nulla stringe.

Ma io cosa ci sono andato a fare a Ginevra?
È semplice. Dovevo accompagnare un adorabile coniglio che ha deciso di recarvisi per riabbracciare un vecchio amico.

Tippete, questo è il nome del coniglio, è stato molto contento della mia compagnia, e questa vacanza ci ha fatto diventare ancora più amici. Finora, infatti, ci frequentavamo prevalentemente per andare insieme a teatro, o ai concerti di Capossela. I viaggi invece, si sa, uniscono, e fianco a fianco abbiamo fatto un sacco di cose: siamo andati a mangiare la fonduta in riva al lago, abbiamo riso e preso per il culo i conigli pasquali in vetrina,


abbiamo fatto incetta di cartoline francesi, alle quali ne’ io ne’ lui sappiamo resistere, ci siamo spaventati quando un polpo viola ha cercato di aggredirci,


e siamo rimasti sollevati quando abbiamo scoperto che “Chez ma cousin(CLICK) On Y mange du poulette, ma nessuno mangia i conigli.

Tippete mi ha detto di essere stato molto felice di aver riabbracciato il suo amico.


Inizialmente era un po’ nervoso, perché in passato gli era successo di cadere nel tranello di coltivare l’aspettativa e poi rimanere deluso. Tornarsene a casa a braccetto con paranoie ed il suo vacuo senso di inadeguatezza. Maledire le strade che si dividono e il non sapersi sentire a proprio agio nei rapporti a distanza. Specie con le persone che sono solite esprimere i propri sentimenti in modi e quantità diverse da come è abituato a fare lui, che scherzano in continuazione, rimbalzando da un entusiasmo all’altro, e che qualche volta si scordano di dargli attenzione. Facendogli credere che forse, in fondo, a loro non importa molto di quegli amici lontani, che stanno dall’altra parte, sentono la mancanza, e subito dopo si sentono stupidi per quello che hanno sentito. Invece, stavolta Tippete l’ha capito, perché Tippete non è solo un coniglio, ma anche un coniglio furbo, e così ha imparato a non farsi precedere dalle sue aspettative.
Questo è forse il trucco che sta dietro la magia di molte cose.
Uscire di casa senza zaino, senza la smania di prevenire quel che servirà in viaggio, preoccupati di non farsi cogliere impreparati e portarsi dietro l’occorrente, bensì partire freschi e leggeri, pronti a farsi meravigliare senza farsi sorprendere, fiduciosi che tutto quello che puoi mettere nello zaino, è un feticcio superfluo, perché, in fondo, ce l’hai già pronto dentro di te. Frugando tra le tue conoscenze, nella tua esperienza, troverai gli strumenti (il coltellino svizzero??) per scardinare qualsiasi imprevisto e adeguarti ad ogni situazione non calcolata. Lo stesso vale con le persone.

Avara la vita in due fatta di lievi gesti, e affetti di giornata, consistenti o no, bisogna muoversi come ospiti pieni di premure, con delicata attenzione per non disturbare.


È un impresa nobile, lo slancio di adattamento e rispetto dell’altro, che impone non crearsi l’aspettativa. Serve coraggio, la forza di saper saltare ad occhi chiusi, e la maturità di saper mettere da parte i propri bisogni, le proprie urgenze di rassicurazione, e cercare piuttosto, placidi, senza affanno, il punto di vista della persona che si ha di fronte. Davanti a talune di queste, come avessimo a che fare con caleidoscopi luminosi, si rimane incantati dalle mille sfumature che ci possono regalare, non appena ci si decide a smettere di stringerle tra le mani e ci si accontenta di affacciarsi sulla soglia, per guardarvi dentro.
Tippete mi spiegava tutto questo, e per me c’ha ragione. E anch’io, da lui, spero di imparare. Forse un po’ in ritardo. Ma non sono un orologio. E non sono Svizzero.

3 commenti:

  1. Stupendo. Sto ancora cercando di capire cosa significhi "provincialismo cosmopolita", ma... stupendo.

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  2. Finito di leggere il post ho abbracciato il pc.
    Ho le testimoni.

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  3. Ohmadonnamia che botta... ma che è 'sta storia delle canne? Comunque non ce la faccio, non riesco a muovermi, ho dormito tutto il pomeriggio e ora devo raggiungere casa, ma casa è troppo lontana. Sigh. Menomale ci sono gli ovetti Novi che contribuiscono ad alimentare i miei sensi di colpa.

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