lunedì 27 luglio 2009

MaremmAmata





Chiudo gli occhi e vado dappertutto.
Apro gli occhi e sono in un Camper.


Sono state due settimane scivolose, come sabbia fine che sciama tra le mani troppo alla svelta, che non si deve stringere per non far sfuggire ancor di più.
Due settimane salutate di fretta e senza guardarsi troppo indietro, per non sentire le farfalle nello stomaco, il migliore amico di ogni arrivederci. Con i puntini sospensivi del non-finisce-qui, gli ultimi abbracci e le ultime cose sussurrate, che inevitabilmente, ora, mi sembrano non esser stati abbastanza pieni, come avrei voluto e come avrebbero meritato.
In mezzo, tanti luoghi segreti e un buffet di persone croccanti di cui sarebbe difficile sentirsi già sazi. Ho dovuto munirmi dei miei occhi più grandi per gustare ogni particolare, e far posto a balle di fieno, papaveri, girasoli, stelle, grilli invisibili, gatti brutti, luci lontane, lampi vicini, il verde azzurro del mare e il giallo montagna riarsa dal sole, gli schizzi delle lotte a fare il bagno e quelli alzati su col remo del Kayak, e metterci il mio sorriso più largo, per lasciare entrare anche un po’ d’aria, ricordarmi di riprendere fiato. A chi mi ha adottato e condotto per mano alla scoperta del suo mondo posso solo dire GRAZIE, per avermi accolto e per aver reso quella sabbia, pastosa e pesante, come quando viene bagnata dal mare, così che adesso me ne resta addosso un bel po’, e non scivolerà via, se non per lasciare la mia pelle levigata e salmastra, nell’attesa di poterci riabbracciare.
Fino ad allora non mi rimane che richiudere ancora gli occhi, di tanto in tanto, e lasciar scorrere, tutte le cose che questa Maremma, tutt’altro che amara, mi ha insegnato:



  • Pholloniha non è la “Città della Ghisa”, bensì la “Città dei Sottopassaggi”, elevati a vero simbolo della città, se ne possono trovare di tutti i gusti, dal modello “pista da biglie sulla spiaggia” con lunghi curvoni e chicane, al modello "Mirabilandia", con pendenze da far rabbrividire anche qualche scalatore, fino al modello "Traforo Dolomitico" con passaggio panoramico sotto un palazzo ed emersione con vista su terrazzamenti a spiovente. I più appassionati costruiscono anche sottopassaggi amatoriali che collegano il cancelletto di casa col garage.


  • I Phollonihesi al volante si fermano in mezzo di strada e scendono senza imbarazzo e senza preavviso, quando più li aggrada.


  • La sera i Phollonihesi escono da ogni angolo, e sospetto si moltiplichino come Gremlins, ma non per raggiungere locali o birrerie, solo per stipare i parcheggi di quella che di giorno appariva come una ridente e assolata cittadina. Ci sono Phollonihesi che posseggono anche 5 automobili col solo scopo di spostarle nei parcheggi del centro la sera prima di andare a letto.


  • La mozzarella del Ranieri è fenomenale, non teme confronti col Primo Sale.



  • A Punt’Ala ci sono i cinghiali che fanno i vip e i vip che fanno i cinghiali. (fonte: la stampa locale)


  • A Punt’Ala intorno al porto ci sono boschetti di vegetazione finta, fatta dello stesso muschio del presepe, messa li per nascondere i confini della scenografia del Truman’s Show.


  • A Punt’Ala ci sono pochi posti bui per vedere le stelle, in alcuni di questi si possono trovare civette che fanno le civette.


  • Nei bar di Punt’Ala la sera ci si ritrova a guardare “Quel gran pezzo dell’Ubalda” con Leonardo Pieraccioni, Pippo Franco da giovane, e la Fenech quando era ne’ su’ cenci.


  • Al Baracchino le piadine sono buonissime, ma per vegetariani c’è solo la Salvador de Bahia.


  • I gelati del Pagni: che bontà! Peccato solo non saper uscire dal tunnel menta-liquirizia-zuppa inglese, così da allargare i miei orizzonti gustativi.


  • Scoprire che i camperisti nelle piazzole accanto alla tua sono una coppia di sposini dell’85 e un’altra dell’83 con due figli, può far ricominciare a mangiarsi le unghie.


  • I cani che abitano i giardini delle case di Giulia sono tutti simpaticissimi. I gatti bizzarri. I ricci schivi. I ragni grossi.


  • Se sentite la mancanza delle lucciole, potete sempre ripiegare su gamberetti fluorescenti che gironzolano intorno agli scogli del moletto dietro al Tahiti.


  • Bevendo una Caipiroska alla fragola sulla spiaggia del Congo si possono fare lunghe conversazioni sulle ultime sedute spiritiche, osservando i satelliti che scompaiono.


  • Quando si dice: -Ci si vede al cancello dell’Ilva-, in realtà significa che si è fissato al parcheggio che c’è dietro.


  • Chiunque può dedicare alla propria fidanzata o al proprio nipote un albero con dedica al Parco della Gioventù.


  • La crema solare Water Resist è Water Resist quando si apre nello zaino e cerchi di ripulire tutto quello che ha sporcato, ma non è Water Resist quando te la spalmi addosso e ti fai il bagno.


  • Al Tangram quando tira vento i maghi spariscono.


  • Al Tangram il caffè è più buono perché c’è il trucco.


  • Al Tangram con i fondi di caffè si fanno Dolcetti Colombiani. A buon intenditor poche parole.


  • Al Tangram è difficilissimo passare a fare un salutino senza che Tide ti offra la cena o una doccia o un ombrellone.


  • L’ingrediente segreto dei cocktail buonissimi che fa Tide è che gli ha insegnato a farli America.


  • Nel mare a Torre Mozza c'è un triangolo, vicino a riva, in cui per terra c'è la creta. Si possono realizzare ottime palle di sabbia da lanciarsi. Cospargersi i fanghi sulla pelle. Improvvisare vasi da fare invidia a Ghost.


  • Alla Festa Internazionalista, nella pinetina di Riotorto (in provincia di Lecce) si mangiano felafel più decenti che in tutti i kebabbari di Firenze.


  • Davanti ai venditori di braccialettini dovete legarmi le mani. Non sono capace di limitarmi ed è perfino una spesa inutile, tanto Conan poi me li rompe.


  • Quando si rubano tutte le Grazielle che si trovano per strada, a patto che siano slegate e apparentemente in disuso, poi non ci si può lamentare se ci viene rubata la Graziella, specie se la si lascia slegata.


  • A Egizia non danno il permesso di realizzare sulla sabbia castelli di sabbia a forma di buccia di banana, eschimese che prende il sole, ragazzo disabile che beve un Four Season al Tangram.


  • Sara-Ska parla un sacco di lingue, parla un sacco in generale, ti dice che ti porta a correre ma poi non lo fa, diffida delle persone di sesso maschile che vogliono fare amicizia con lei, ma in ogni caso a lei le è morta la mamma.


  • Per le strade del centro le cassette della posta sanno riconoscere gli ex-postini. Se questi si distraggono esse si vendicano graffiando loro le spalle.


  • A giocare a bandierina coi bambini ci si sbuccia i ginocchi. Anche se non si è bambini.


  • Ci sono case a forma di caffettiera.


  • In fondo alla vecchia cartiera, adesso un quartiere fantasma tipo quello accanto alla Stazione Leopolda, c’è il pensatoio numero uno. A Torre Mozza c’è il pensatoio numero due. Il pensatoio numero tre è in un luogo segretissimo ancora non rivelato, si sa solo che andarci di notte è pericoloso.


  • Al Puntone ci sono le rane minuscole che non si fanno prendere, le libellule che si accoppiano, i pesciolini che saltano fuori dall’acqua, i casottini per l’osservazione degli uccelli. Mancano solo gli uccelli.


  • Per andare da Giulia e Giulio bisogna stare attenti a stare dalla parte giusta della ferrovia (e del pinguino che lava le automobili).


  • Il giorno di chiusura del Tacca Tacca è il Mercoledì.




martedì 21 luglio 2009

Dai diamanti non nasce niente, dalle spille da balia nascono i fior


C’era una volta un ragazzino di quindici anni, spavaldo e colorato, come quando è tutto ancora intero, quando ancora è tutto chi lo sa (e a quindici anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età). Anni da voglio tutto o niente, radicali come ogni persona abbia un minimo di cuore non può non essere in quel periodo. Anni di megafoni e di primi amori, anni di sigarette che fan girar la testa e di non sapersi regolare.
Uscire di casa a quindici anni è quasi un obbligo, quasi un dovere, e il Primo Maggio offriva l’occasione storica per compiere un’impresa epica. La nostra odissea erano i binari della ferrovia, la nostra Ilio da conquistare era il concerto in Piazza della Vittoria a Reggio Emilia, la versione alternativa del Concertone di Roma, dove suonavano i Cccp-Csi e la combriccola di gruppetti a loro vicini, dai Marlene Kuntz agli Ustmamo. Armati di panini al formaggino e bottiglie di vino travasate, eravamo pronti a varcare le colonne d’Ercole. Dalla stazione di Itaca si parte, alla stazione di Itaca si torna, e nel mezzo una lunga giornata e un nugolo di persone nuove appena conosciute, e subito salutate, con un arrivederci, con una breve cerimonia di investitura, come per riconoscersi a vicenda l’onore delle armi.

C’era una volta, un ragazzetto di venitcinque anni, seduto su una sedia di legno. Conta le ore passate in segreteria, rivolgendo preghiere a S.Gallo perché la fila di studenti che lo precede scorra più velocemente. Certo non spavaldo e colorato come un tempo. Basti dire, per intendersi, che la sfanga un po’ di meno, ma ci capisce un po’ di più. Gli anni portano problemi e consigli, e come una pioggia che cade giorno dopo giorno su un terreno carsico, spingono in profondità le cose che prima stavano in superficie, lasciandole vivere, ma costrette a scorrere solo per fiumi e canali sotterranei. Nelle sue mani stringe una domanda di laurea che si accinge a consegnare, una tappa importante per un primo importante traguardo, che solitamente si taglia solo..due volte nella vita. Sfoglia svogliato William Shakespeare, Macbeth, tra qualche settimana ne uscirà uno spettacolo teatrale. Alza la testa di tanto in tanto, passando in rassegna le facce della popolazione annoiata che riempie la stanza. È in quella che riconosce un volto noto, seppur non familiare. Dov’è che l’ha già visto? Amica di amici? Facoltà? Forse, al liceo?...Beccata. Il concerto del Primo Maggio. Ha i capelli diversi, ecco perché non l’ha riconosciuta subito. Com’è che si chiamava?...C...C...Chiara? Quasi quasi le si avvicina e le dice qualcosa...No. E perché dovrebbe?



C’era una volta e c’è ancora, un ragazzotto di ventotto anni. Un po’ meno colorato e un po’ più spavaldo. La sfanga un po’ di più e si adegua, perché ogni tanto ha la sensazione di capirci un po’ di meno. Da quando si è laureato continua ad incontrare quella ragazza nei luoghi più impensabili, come si fa con certe parole, che senti pronunciare per la prima volta, di cui ricerchi il significato, e che da quel giorno scopri in bocca ad amici e parenti, canzoni e programmi televisivi, con l’arrogante nonchalance di chi sembra voler dire: ma come? Solo tu in tutto questo tempo l’avevi nascosta ai tuoi occhi?
Eccola Chiara, sbucare su un autobus arancione, fumare una sigaretta appoggiata ad un motorino in Piazza Savonarola, far ondeggiare un buffo codino da coda di scoiattolo, o da tennista svedese, mentre attraversa di fretta il cortile di Piazza Brunelleschi. Eccola dall’altra parte della città, che chiude la porta della sua psicoterapeuta, pochi attimi prima che lui stesse per entrarvi.
Ora. Non che la vita debba esser letta necessariamente alla strenua di un sussidiario illustrato di avviamento all’opera completa di Paulo Coelho, ne’ che si debba sfogliare per forza la quotidianità come pagine di un favoloso mondo di Amélie fatto in casa.
Ma il ragazzotto intravedeva in tutto questo un non so che...come una melodia che canticchi senza ricordare a quale canzone appartenga, come il bisogno di annusare una cosa prima di assaggiarla...il sogno di una cosa. Così si ripromise di non lasciarsi sfuggire, appena l’avesse incontrata ancora, la curiosità di condividere la sua meraviglia con quell’inconsapevole compagna di viaggio, seduta sullo stesso bus arancione per chissà quante fermate ancora.
Era quasi natale, quando la vide apparire e scomparire tra gli scaffali polverosi di vecchi libri di filosofia, nella biblioteca di Via Bolognese. L’occasione si presentava più ghiotta di un panettone senza canditi. Mancava solo un piccolo particolare, prima di mettere in scena lo spettacolo d’arte varia che più volte aveva visto scorrere nella sua immaginazione, nelle settimane precedenti. Anche i migliori prestigiatori, si sa, han bisogno di un coniglio o di un mazzo di carte o di un fazzoletto colorato, altrimenti la magia non riesce, e lui, da prestigiatore più che principiante, si sarebbe accontentato di chieder molto meno. Solo un piccolo oggetto. Il primo istinto fu quello di frugarsi le tasche e chinare lo sguardo per terra, aspettandosi di trovarselo prontamente davanti. Non poteva non trovarselo di fronte, d'altronde, ora che il momento era arrivato. Questo ripeteva a se stesso con la sicurezza di chi non crede nei miracoli, perché ne ha già visti troppi.
E invece non ve n’era traccia. Che scemo ad aver pensato ai romanzi di Paulo Coelho, al favoloso mondo di Amélie, a tutto un po’ po’ di armamentario stellare impegnato a cospirare in favore delle sue avventure...
Si sentì ridicolo, e, ridestato da sogni o visioni quasi da poter, a buon diritto, stropicciarsi gli occhi, ritornò serio, promettendosi che d’ora in poi avrebbe nascosto nel portafoglio quel piccolo oggetto misterioso, in modo da non uscire più di casa senza, da non farsi mai più cogliere impreparato, la prossima volta che la fatina del fato avesse deciso di far passar un nuovo autobus arancione.
Sicuro, si incamminò verso il gabbiotto della bibliotecaria, per farsi registrare il prestito dei libri che frattanto aveva preso. E fu attendendo che questa avesse sbrigato le sue pratiche, che lo vide li. Luccicante sulla scrivania della bibliotecaria, esattamente quello che stava cercando.
Mamma mia. Non poteva non approfittarne. Con cinque dita e un po’ di paura, accomodò nella tasca del cappotto l’ultimo anello mancante, prima che la bibliotecaria avesse finito di declinare sulla tastiera MEE-DII-TAA-ZIOOO-NI MEE-TAA-FII-SI-CHE.
Ormai il meno era fatto. Veniva adesso la parte più difficile, quella in cui il destino incrocia le braccia e se ne sta a cuccia nelle tue mani. Quella in cui dipende da te prendere il coraggio in pugno e andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma e indifferenza sembra quasi che ti piaccia, laddove il calcio in faccia, in questo caso, consiste in una grassa figura di merda, e nella probabilità di scomparire sotto terra almeno per due o tre orette buone, se non sei stato capace di far andare le cose come avresti sperato.
Lei ha lasciato gli scaffali per leggere qualcosa appeso ad una parete. Lui le si avvicina e da inizio alle danze.

“Ciao scusa, ti posso rubare qualche minuto?”

“…. Ma… dipende…”

“Guarda si tratta solo di una roba di cinque minuti, se ti va, altrimenti me ne vado.”

“Mmm...sentiamo...”

“Tu non ti ricordi di me ma noi ci conosciamo..”

“No, guarda. Se ci conoscessimo me ne ricorderei!”

“E invece ti dico che ci conosciamo ma non te ne ricordo. Tu diversi anni fa avevi i capelli cortissimi non è vero?”

“Mmm…può darsi, e allora?”

“Non ti ricordi di me perché nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti. Per esempio io ora sono rasato a zero e allora avevo i capelli lunghi e invece tu ora hai i capelli lunghi e allora eri rasata a zero. Allora entrambi eravamo vestiti in modo molto eccentrico, io con le mie tutine coloratissime e le mie felpe peruviane, tu tutta punkettina, con fusò neri e spille e spillette appiccicate su tutti i vestiti. Mi ricordo che ti chiami Chiara, e che ormai un bel po’ di anni fa, andammo insieme a Reggio Emilia, ad un bellissimo contro-concerto del Primo Maggio, dove suonavano tutti gruppetti più alternativi che non erano andati a Roma.”

Il volto di lei comincia ad illuminarsi, sta cominciando a ricordare, e anche lei adesso ha spalancato la porta alla meraviglia, pronta a farsi travolgere.

“Quella fu una giornata bellissima.. e quando alla fine arrivammo a Santa Maria Novella tu mi facesti un regalo, mi dicesti: - Tieni! Così ti ricorderai di me! - e ti staccasti di dosso una delle tue spille da balia, per appuntarla sulla mia maglietta…
Ebbene, dopo tutto questo tempo, è arrivato il momento che io ti restituisca il regalo”


Ed estrasse dalla tasca la spilla da balia storta e ammaccata, fregata alla bibliotecaria.

“Come vedi è piuttosto vissuta e sciupacchiata, ma d’altronde, te l’ho già detto. Ne è passata di acqua sotto i ponti!”

Gli occhi gonfi di incredulità di lei, quel sorriso spalancato, erano un premio impareggiabile agli sforzi che aveva fatto.

“Ci sarebbero tante altre cose da dire...ma ce le diremo la prossima volta.”

E la salutò così, da signore, senza chiederle altro. Un appuntamento? Un numero di telefono? Macché, voleva congedarsi con la sicurezza di chi SAPEVA che l’avrebbe incontrata ancora. Non occorreva aggiungere altro.


domenica 5 luglio 2009

Notti Arancioni


La scorsa notte a Rimini si è celebrata la “notte rosa”. Dopo aver visto alcune immagini a “Studio Aperto” non ho neanche il coraggio di indagare sul perché diavolo sia stata organizzata, mi è bastato vedere le speciali piadine rosa coniate per l’occasione e le migliaia di persone invitate a riversarsi sulle strade della riviera romagnola con indosso indumenti e accessori del medesimo colore.



Pare comunque che lo spirito di questa serata sia celebrare un secondo capodanno, stavolta in clima estivo, così che chiunque possa sfoggiare gli scollatissimi vestiti da notte di S.Silvestro, spesso improponibili in qualsiasi altro giorno dell’anno, al pari di un abito da sposa, senza lo spiacevole inconveniente del freddo.
Va da sé che mi è molto difficile giustificare una simile usanza, però forse, se togliamo il rosa, e qualche migliaio di idioti, un senso più profondo questo "bisogno di festeggiare" potrebbe perfino averlo. Qualcosa che potrebbe avere a che fare con, per dirla con i Righeira, “l’estate sta INIZIANDO, un anno se ne va”. Ma si, insomma, d’estate muoio un po’, aspetto che ritorni l’illusione…chi non se l’è sentito ripetere fino alla nausea, accendendo la radio?
Con le vacanze estive dopotutto si chiude il ciclo di un anno di lavoro, di studi, di frequentazioni, di attività, regalandoci una pausa, li nel mezzo, per ricaricare le batterie, per fare un punto della situazione, per fare viaggi, esperienze, il tempo per leggere qualche libro lasciato ad impolverare più del dovuto su uno scaffale, tornare un po’ cambiati, un po’ abbronzati (leggi ustionati & spellati), con le idee risciacquate, rischiarite, pronti a ripartire e reimmergersi in un anno nuovo.
Forse si tratta davvero una cesura più palpabile che non il ricordarsi di scrivere una data con un numerino diverso in fondo.

E cosi mi preparo anch’io a festeggiare una bella serie di notti rosa, o come preferisco immaginarmele io, di Notti Arancioni.



Notti Arancioni per gettarmi alle spalle i due esami di filosofia sul libretto più rubati della storia dell’Etica, che hanno disturbato i miei sonni con l’incubo del mio primo giorno da insegnante a scuola, in cui dopo essere stato presentato alla classe dal preside, da sotto la cattedra è sbucato Marco Travaglio, pronto a dimostrare che in un paese civile io non dovrei essere li, dopo aver macchiato il mio curriculum con due esami farsa in quel modo.

Notti arancioni per gettarsi alle spalle il cellulare che dopo anni di onorato servizio ha reso l’anima al dio Nokia, caduto vittima, ironia della sorte, della notte bianca d’oltrarno, e del nostro eterno rotolare (come agnello nel Kebab) per le sue strade, quando tra giri di valzer si corre il rischio di farlo precipitare rovinosamente per terra, fino a ridurlo ad un pratico elettrodomestico inutile, ormai capace solo di illuminarsi come una simpatica abat-jour portatile, e poco più.

Notti arancioni in cui, se avessi ancora lo stereo della macchina, potrei suonare un requiem per lo stereo della mia macchina, che ha esalato il suo ultimo La#, nel vano tentativo di espellere un CD di Battiato che resterà per sempre dentro di lui, mentre ero in procinto di partire per Follonica, divenuta ormai la mia seconda casa, d’adozione, come recita la mia nuova fiammante tessera di Librando (CLICK). Inutile è stata anche la corsa in casa, sotto un acquazzone, per recuperare un lettore mp3 di fortuna, incaponito e ostinato a non fare il viaggio senza musica, ma con la beffa, dopo il danno, di sbarbare, nella foga di estrarre le cuffie dal cassetto, uno dei due auricolari, costringendomi ad aggiungere un ulteriore elettrodomestico nel mio cimitero d’ele(ttro)fanti .

Notti arancioni per gettarmi alle spalle il piccione che ho investito sulla Fi-Pi-Li, dilapidando in un solo momento la minuziosa tela tessuta amorevolmente lungo un anno di vegetarianesimo, e con essa gli utopici propositi di rimettermi in pace col mondo, o quanto meno di riequilibrare la bilancia del mio contribuito personale in termini di emissioni nocive di gas-sofferenza-serra.

Notti arancioni per gettarsi alle spalle la pur piacevolissima gita in quel di Parma, una città a misura d’uomo in cui si può approfittare dei Saldi di fine stagione, al punto che è possibile acquistare un paio di Camper e un pacchetto “multa per divieto di sosta + rimozione forzata” a prezzi stracciatissimi.



Fortuna che adesso ho un giardino zen nel posacenere della macchina che mi segue e mi da la possibilità di rilassarmi ovunque vada, alla faccia di quelli che sbraitano stressati dal traffico cittadino, poiché incomincio a pensare che sono in vacanza da pochi giorni…e ho già bisogno di una vacanza!




mercoledì 17 giugno 2009

Il gigante e la bambina


Il Gigante e la bambina sotto il sole contro il vento
in un giorno senza tempo camminavano tra i sassi…



Calata la sera ci siamo diretti al cinematografo.

LEI “Ah, meno male non è lei”
LUI “chi?”
LEI “La bigliettaia! C’è una qua che devo sempre chiederle biglietti dicendole il nome della sala, perché tutte le volte che vengo da sola a vedere un film horror mi guarda malissimo. Ma stasera non c’è. Non è lei….Due biglietti sala Venere, per favore.

La bigliettaia tentenna, poi esige che le si esibiscano preventivamente i documenti di identità, ricordandoci che la visione del film vietata ai minori di anni 18. Un po’ turbato, le domando se sia convinta sul serio che io abbia meno di 18 anni. Lei sembra tornata risoluta e risponde di no, quasi stizzita di fronte a tanta ovvietà. A tal proposito cerco, dunque, di persuaderla del fatto che, sebbene ultimamente sia un costume assolutamente di moda, in voga persino tra le più alte cariche dello Stato, non è invero mia abitudine accompagnarmi a minorenni.
Mentre finalmente stacca i biglietti, sospetto che La mia amica approfitterà di quest’episodio per cominciare, d’ora in poi, a chiamarmi “Papi”, e penso che, sì, decisamente al Fulgor hanno un problema con le bigliettaie.

Ho sete. Saliamo al Bar. Lei prende un gelato. Io una bottiglietta d’acqua:

LUI “Da bere vuoi qualcosa?”
LEI “…”
LUI “…?”
LEI “non so..”
LUI “…”
LEI “Tu come sei? Sei il tipo che beve tanto?”

Decidiamo che quella bottiglietta d’acqua ce la faremo bastare.
Salendo le scale che conducono alla saletta dimenticata del cinema, si ha la sensazione di stare per sbucare, da un momento all’altro in un mondo capovolto. Come nei cartoni animati in cui a furia di scavare sbuchi in Cina dove però tutti camminano a testa in giù (peraltro nei cartoni da qualsiasi parte del mondo si scavi, anche in Cina, poi si sbuca sempre in Cina). Allo stesso modo mentre ti sembra di salire le scalette, in realtà stai evidentemente scendendo in direzione dell’inferno. Stesso clima, stessa chiose verdi sgorate alle pareti. Una suggestiva atmosfera per prepararsi psicologicamente ed emotivamente al film, evidentemente concordata con l’entourage del regista in persona.

Inizia la proiezione. Non devo fare arrabbiare La B., che è un CINQUE, e se parli mentre guarda un film si incazza. Dovrò appuntare placido le mie osservazioni, onde evitare di dimenticarle.
Che dire…un bel film. Pieno di spunti, di nodi non sciolti, di simbologie sospese, aperte alla libera interpretazione dello spettatore… se potessimo curiosare tra i pensieri dei nostri due amici, durante la proiezione, potremmo scoprire le loro più intime reazioni, leggere il mondo, per un paio d’ore, con gli occhi di un Gigante e una Bambina, compiere il viaggio dei viaggi, quello che, per dirla alla Proust, non consiste nello scoprire nuovi mondi ma nell’avere nuovi occhi…



Prologo.


LEI “Bianco e nero, fotografia patinata, ralenti, i due protagonisti si lasciano andare ad un focoso e lungo amplesso, prima sotto la doccia, poi sulla lavatrice e infine sul divano. Sei minuti dove Von Trier ci preannuncia che nulla verrà lasciato all'immaginazione. Che sia una penetrazione in primissimo piano, o una lunga e dolce caduta nella neve, Von Trier non rinuncia di certo a mostrarcelo."

LUI “Ganzissimo, mentre Willem DeFoe e Charlotte Gainsbourg fanno sesso, in modo scherzosamente allusivo, le tacche del segnale sul cordless vanno su e giù, la lancetta di una bilancia si impennano ripetutamente per poi ricadere in basso, un po’ come in “Una pallottola spuntata 2 e mezzo"."


LEI "Nella stanza accanto il loro bambino, sempre molto lentamente, esce dalla culla, si guarda intorno, vede una finestra aperta, osserva la fredda neve che entra dalla finestra, si avvicina, vuole toccarla, avvicina una sedia alla finestra e sale sul davanzale, si sporge, precipita."

LUI "Noooo..Quando il bambino precipita la cinepresa lo inquadra dall’alto della finestra finché toccando il suolo non solleva una nuvola di neve, proprio come tutte le volte che Willy il Coyote precipita dalla rupe."


Trama.


LEI “Lentamente e disperatamente la coppia raggiunge l'Eden, una piccola isola nei boschi, lontano da tutti e da tutto dove il dolore lascia il posto alla disperazione, alla rabbia, alla follia. Simboli non tutti chiari (ed è per questo che il fim avrebbe bisogno di una seconda, terza o quarta visione) che si susseguono senza sosta. Anche solo per capire il significato della volpe.

LUI “Passi la pioggia di ghiande, che ci sarebbe da alzassi, segare ogni bene e tornare a letto… passi il cerbiatto-tarzanello che penzola dal culo della mamma, passi Red, la volpe-zombie (sbranata da Toby o dal Piccolo Principe) che chiarisce inequivocabilmente che il “Caos Regna”… ma che uno se ne vada a giro con un frantoio infilato in una gamba, senza moccolare, nemmeno quando lei lo piglia a palate in testa perché c’é un tordo di merda che lo becchetta su una mano e fa un casino della madonna…!!!

Epilogo.

LEI “Si tratta del film in cui il regista danese gioca finalmente con se stesso a carte totalmente scoperte. È nudo Von Trier questa volta, ed è sgradevole, devastato, perché Antichrist è senza dubbio il suo film più squilibrato e al contempo più ambiguamente sincero.

Lui "Quando De Foe se ne va da quel cazzo di Eden, con una gamba in cancrena e dopo aver strangolato la moglie, tutti gli amici del bosco, accorrono a salutarlo. Lo guardano a lungo negli occhi tipo “quattro cuccioli da salvare”, e lui risponde pacioccoso come il miglior Koda fratello orso."


In fin dei conti, al di là della sua indiscutibile abilità e originalità registica, l’applauso più sincero che merita Lars von Trier è per essersi ricordato, ed averci ricordato, che chi si prende troppo sul serio non dovrebbe essere preso troppo sul serio.

Camminavano tra i sassi sotto il sole contro il vento
in un giorno senza tempo il gigante e la bambina…


sabato 6 giugno 2009

Tranquilli, il meglio è passato!




molto spesso una crisi è tutt'altro che folle, è un eccesso di lucidità




...sta finendo la crisi e ogni volta che passa una crisi resta qualche traccia. Infatti ultimamente rido per niente e non mi nascondo più facilmente...

venerdì 29 maggio 2009

E il cielo è Blu, lo dici tu, nessuno è Blu, nessuno più...


Quella sdraiata che vedete sono io, mi chiamo Nila, ho 23 anni e una storia buffa.

Nella lingua Pali, derivata dal Sanscrito, la parola "Nila" indica quel particolare tono di colore, un Blu scuro, che in India viene consigliato come l'ambiente più adatto per la meditazione. E fu proprio al ritorno dal loro viaggio di nozze in India, che i miei genitori decisero che questo sarebbe stato il mio nome.


Il Fato o il Caso sanno essere molto bizzarri.
Avendo già nascosto nel mio nome le tracce di quello che sarebbe stato il mio destino, dal momento in cui il Blu è molto di più che il mio colore preferito, poiché si da il caso che sia capace di rendere irresistibile ai miei occhi qualsiasi oggetto su cui si posino i suoi pigmenti.
E dire che per gli antichi greci e per i romani il Blu era tutt’altro che un colore apprezzato. Associato al colore degli occhi dei barbari, era infatti considerato tutt’altro che nobile. Cyanos, il blu greco, è il colore della sofferenza, e ancora oggi definiamo "cianotica" una persona pallida.
Le cose, in occidente, non sarebbero cambiate fino all’avvento del Cristianesimo, quando il Blu, associato alle vesti di Maria, avrebbe cominciato ad essere interpretato come fonte di serenità, simbolo di evasione e di pace.
Decisamente più inclini ad apprezzare questo colore, si sarebbero dimostrate le civiltà extraeuropee: nell'antico Egitto il Blu, incarnato nella pelle del dio dell'aria, Amon, era sinonimo di introspezione e di infinito, in Oriente, dove gli occhi azzurri si ritenevano segno di poteri magici, era considerato un talismano capace di tenere lontane le maledizioni. Per i Cinesi è da sempre associato all’immortalità, mentre oltreoceano, nella mistica Maya, il Blu non si distingueva dal Verde, ma era il colore attribuito al centro dell'universo.


Per la Cromoterapia, il Blu presenta virtù calmanti. La contemplazione di questo colore ha un effetto pacificante sul sistema nervoso centrale, contrastando insonnia, stress, irritabilità, nervosismo. Gli studi di Kurt Goldstein dimostrano che in una stanza esposta ad un'illuminazione azzurra il sistema parasimpatico viene stimolato dimodoché gli oggetti appaiono più piccoli e leggeri, mentre aumenta la sensibilità al freddo e si riducono il battito cardiaco, la pressione arteriosa e la frequenza del respiro. La necessità del conforto del Blu è avvertita dall’organismo in particolare nella malattia e nell'esaurimento nervoso, aumentando di pari passo alla sensibilità, alla suscettibilità, alla vulnerabilità.
Secondo il Test degli Otto colori di Lüscher, il Blu scuro è la rappresentazione cromatica di una necessità biologica di base: fisiologicamente rappresenta la tranquillità, psicologicamente gratificazione, stabilità e sicurezza.
Il Blu incarna lo spirito dell'adattamento, la resa della devozione, la fiducia e la dedizione, È il colore del silenzio, della contemplazione, della profondità interiore e della pienezza, preferito specialmente dagli amanti del cibo. Talvolta è associato alla forma geometrica del cerchio, simbolo dell'eterno moto dello spirito, capace di sintetizzare insieme quiete e dinamicità.
Il Blu corrisponde alla nobiltà dei sentimenti, un requisito per l'empatia, per l'esperienza estetica e per l'acutezza meditativa, carico di femminilità, temperanza e tenerezza.


Nella pittura, prima che le tinte cominciassero ad venir sintetizzate chimicamente, per ottenere pigmenti Blu, era necessario mescolare ingredienti preziosi come olio di lino e polvere di lapislazzulo, il che ne faceva il colore più costoso in assoluto, tale da essere impiegato con molta parsimonia.
Ne “Lo spirituale dell’arte”, Vasilij Kandinskij, da indicazioni circa gli accordi che si possono formare declinando il suono interiore dei colori, lungo le direttrici delle qualità calda o fredda e chiara o scura.
Il fondatore del Cavaliere Azzuro (Der Blaue Reiter), spiega che il carattere caldo o freddo corrisponde a un’inclinazione del tutto generale verso il Giallo o verso il Blu, attraverso cui il colore conserva il proprio suono fondamentale, che diventa però più materiale o più immateriale, mentre il contrasto costituito dalla differenza tra chiaro e scuro, da luogo al movimento, verso lo spettatore, o via da lui.
Nel primo caso, la variazione dal Giallo al Blu, contribuisce al moto eccentrico o concentrico di un oggetto. Se si tracciano due cerchi di ugual grandezza e se ne colora uno di Giallo e l’altro di Blu, si osserverà, già dopo un istante, che il Giallo irraggia, riceve un movimento dal centro verso l’esterno e sembra quasi avvicinarsi all’osservatore. Il Blu sviluppa, invece, un movimento concentrico (“come una chiocciola che si ritira nel guscio”) e si allonatana dallo spettatore. L’occhio viene abbagliato dal primo cerchio, e, al contrario, si immerge nel secondo.

“Questo dono della profondità è così grande nel blu che proprio nelle tonalità più profonde, diventa intensa e acquista un effetto interiore più caratteristico. Quanto più il Blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui la nostalgia della purezza e infine del sovrasensibile. Esso è il colore del cielo come lo immaginiamo quando sentiamo il suono della parola cielo”


Nessuno dovrebbe dunque meravigliarsi se tutto quanto è Blu riesce ad attrarci almeno nella stessa misura in cui riesce a sfuggirci.


Il Fato o il Caso sanno essere molto bizzarri, l’ho già detto, ma anche molto beffardi.
E qualche demone dispettoso deve aver deciso di aver voglia di prendersi gioco di me, quando al mio nome e alla mia attitudine verso il colore Blu, regalarono anche la mia malattia, quella per cui chi troppo abbraccia niente stringe, il crudele contrappasso secondo il quale talvolta ciò che più ci attrae fatalmente corrisponde anche a quello che ci fa del male, dal quale non possiamo tuttavia, nostro malgrado, sottrarci, se non come una falena attratta dalla luce della candela che la brucerà.


La chiamano “Allergia in Blu”. Avevo la cute dei piedi secca, arrossata, irritata, e lamentavo un prurito fortissimo. Quasi non riuscivo a camminare. Il medico indicò subito un’acuta dermatite irritativa o allergica. Non avendo mai sofferto di eczemi o altre forme allergiche in passato, sono stata invitata sottopormi al "patch test", i test epicutanei, che prevedono l'applicazione, sulla schiena, di numerosissime sostanze potenzialmente allergizzanti, per valutare se effettivamente non si fosse trattato una reazione di altro tipo.
Risultato: allergia al colore Blu. Effettivamente prurito e rossore erano comparsi una sera di settembre, quando mi sono tolta i calzini blu, al termine di una giornata calda, dopo aver giocato tutto il pomeriggio ai giardini, e abbondantemente sudato. Scoprii che chiunque abbia la pelle particolarmente sensibile, o chi abbia sofferto di dermatite atopica, asma, rinite, congiuntivite, deve stare particolarmente attento anche ai colori che indossa.
Mi hanno detto che spesso la mia bizzarra allergia si accompagna a quella al Nichel. Io certo avrei fatto volentieri a cambio, con quella che mi pare una riluttanza ben più nobile. Il pensiero di non poter maneggiare monete suona quasi come qualcosa di fiero e altero, a metà strada tra un monito e una benedizione, come le premure di un corpo saggio, che volesse in qualche modo proteggersi da ogni mercificazione. Si, avrei fatto volentieri a cambio.

Il Fato o il Caso sanno essere molto bizzarri e beffardi, continuo a ripeterlo, ma anche molto tristi.


Avrete provato certamente anche voi la diabolica lacerazione di trovarsi dilaniati tra un’ irriducibile attrazione e un insuperabile e crudele divieto, tra il dolce premio ad aver sognato forte e la punizione che mortifica un’impertinente audacia, tra l’irrimediabile sensazione di benessere, il trasporto che schiude il desiderio e da cui, come un Icaro, lasciarsi cullare, salvo poi precipitare a terra, bruscamente, su un tappeto di brulicanti bollicine rosse, col conforto, soltanto, di un paracadute di antistaminici.
E così voi e la mia pelle mi perdonerete, il rivolo di una lacrima Blu, pensando all’Iris dei miei 23 anni caduti, passati in buona parte dietro una finestra, sospirando per chimere osservate solo da lontano: il mare, il cielo, i puffi, una candela blu, il tappo della crema della Nivea, la custodia degli occhiali, la notte stellata di Van Gogh, il rimmel Blu, gli occhi di mio padre, il dizionario di francese, le ballerine Blu, la campana per la raccolta del vetro e della plastica, la penna con cui scrivo, i mirtilli, le foto della Grecia, un cuscino regalato, il libretto dell'Università, il cartone del latte Intero, le strisce dei parcheggi a pagamento, il furgoncino dell’AmicoBlu che mi ha appena investito, sull’asfalto Blu.

(CLICK)


Da qui il cielo sembra una distesa d’acqua Blu, nella quale mi parlano di una voce che non riesco a sentire, uomini agitati come pesci guizzanti…allora ti accontenti di ascoltare quel Blu in cui li osservi nuotare, e ti tieni la voglia e rimani a pensare “come diavolo fanno a riprendere fiato."





domenica 17 maggio 2009

Ho portato il sogno. Tu ce l'hai il cassetto?



Talvolta in sogno mi fanno visita luoghi mai visti, volti sconosciuti, che si relazionano con me in un modo così discinto e familiare che vien da ritrarsi un poco per tanta confidenza.
Comincio a pensare si tratti di sogni di seconda mano, abbandonati dai legittimi proprietari, ributtati nel mondo, come roba vecchia, scolorita, venduti a saldo in un mercato domenicale di provincia.
Per carità. Vorrà forse dire che i sogni, a questo mondo, son merce preziosa e rara, tale che nessuno può permettersi il lusso di gettare nella spazzatura una volta passati di moda, o lasciare sprecati in un garage dopo un solo giro di valzer, una notte.
Ma, a dirla tutta, certi risvegli mi lasciano anche col sopracciglio aggrottato.
Che idea devono essersi fatti di me?
Costretto a raccattare le briciole di chi ha scosso la tovaglia dopo un lauto pasto, neanche fossi un merlo che saltella in terrazza, con un cuore troppo piccolo per far sogni per sé.