martedì 29 giugno 2010
sabato 29 maggio 2010
Tu chiamale, se vuoi, elezioni
Il 12 e 13 Maggio ci sono state le elezioni universitarie, non sono stato a votare, mi sembrava inutile considerato che a Luglio non sarò più uno studente universitario, e non che non avessi constatato come fosse una cosa esattamente inutile anche ogni qualvolta che invece mi sono recato a votare negli anni trascorsi.
In ogni caso, alla biblioteca dove mi reco a raccogliere materiale per la tesi, il profumo elezionico si respirava nell'aria, soprattutto per i volantini di ogni razza e colore che puntalmennte affollavano i banchi e, accartocciati, il pavimento. Sì, un po' palloso. Come certa pubblicità che intasa la cassetta delle lettere, sulla quale vorresti appendere un preventivo cartello "Grazie, non compro Iphone, niente televisori al plasma, il mio frigorifero funziona benissimo!" . O come certi rimasugli di verdurine affettate che intasano il lavello in cucina. O come certi stron...va bene, basta così.
Fatto sta che, a mano a mano che l'appuntamento elettorale si avvicinava, l'aria diventava sempre più irrespirabile a causa di tanta effervescenza democratica che ammantava ogni corridoio, ogni ballatoio, ogni cesso. Sì, anche ogni cesso.
Sono state proprio alcune pisciate pre e post elettorali a solleticare le mie riflessioni.
Un giorno mi reco alla toilette e non posso fare a meno di notare l'adesivo "Io sto con Pallino Pinco, il 12-13 Maggio vota Cazzi Sti" affisso sul bussolotto della carta igienica.
Penso. Diamine, appena trovo uno di questi adesivi lo attacco direttamente sul copriwater sollevato, almeno sta più vicino al posto che merita. Subito dopo penso. Mmm, meglio di no. Un simile gesto sarebbe solo un invito per un monte di gente a pisciarci sopra, col risultato di spisciacchiare per tutto il pavimento del bagno. Le condizioni di civiltà dell'ateneo sono già abbastanza precarie per mettersi pure a invitare la lepre a correre.
Due giorni dopo mi reco in un'altra toilette, nel medesimo edificio. La tazza in cui orino reca uno di quegli adesivi, drammaticamente appeso sopra ad un copriwater sollevato e pisciosissimo. Troneggiante sopra un pavimento pieno di democratiche pozze gialle.
Da da pensare.
domenica 25 aprile 2010
Good time for a change...
certo, da un po' di tempo a questa parte sto scrivendo pochissimo, e senz'altro sarà così fino a luglio, quando la tesi lascerà di nuovo spazio alle fantasie, ai racconti, alle idee per ripopolare questo spazio...
Una cosa però mi auguro e mi riprometto: di non scrivere più di una certa persona.
Il tempo delle cose immaginate e trasognate ha piano piano lasciato spazio ai pensieri cangianti, alla necessità di sfogare sentimenti compressi, allo snocciolamento di pillole, agli spaesamenti, al bisogno di rovistare tra i cassetti e riordinare le idee, in quella testa pesante, che sembrava non voler smettere di girare, che non riusciva a capire più neanche le cose più semplici.
Poi è iniziato il tempo della realtà, di quelle capaci di superare la fantasia, una realtà così piena e così tutta da scrivere che qualsiasi cosa io potessi raccontare o immaginare su di essa sarebbe come mancarle di rispetto.
Eppure ci sarebbe così tanto inchiostro blu da dire, così tante fantasie a colori da cui lasciarsi cullare...
ci sono minuti che inseguono minuti che inseguono giorni, e tutti pieni di momenti memorabili, di frasi da appuntarsi affannosamente, di sorprese da infilare in scatole di latta (ne facessero di così grandi), di foto da scattare a tradimento, di raffiche di battute da scriversi o da immortalare con una videocamera o un fotoromanzo...verrebbe voglia di farlo, in effetti, per conservare in uno scrigno indelebile tanta irripetibile luccicante preziosità. Ma ogni momento sprecato a mettere in cassaforte tali tesori, sarebbe tempo sottratto a questa cosa da vivere, fino all'ultimo sorso. E chissà per quanto tempo ancora ci terrà svegli la sete.

Dunque, per una volta, nessun bisogno di armarsi di penna, di Moleskine, di battere tasti su una tastiera: ogni giorno che passa scrive sulla mia pelle, per mio conto, i ricordi e i racconti più belli. E in rispetto alla loro unicità, a ciò che li rende così speciali, sta anche il fatto che, così facendo, solo noi saremo gli inconsapevoli eletti, ad assistere a tale spettacolo per nessun altro, senza seconde visioni. Solo a noi il peso leggerissimo di ricordare o dimenticare ogni attimo, ogni sua scintilla, per sempre.
Well, the pleasure, the privilege is mine.
domenica 21 marzo 2010
giovedì 18 febbraio 2010
Disorder
sabato 6 febbraio 2010
Se non puoi evolverti, cerca almeno di estinguerti con classe.
Ecco, adesso potrei dire la stessa cosa, se non fosse che io mi sforzo esattamente del contrario, di non pensare, di non comunicare, di non esprimere questo silenzio, così duro da raccontare.
Continuo a fuggire. Dannato figlio di puttana. Dove credi di scappare? La persona che amo è uno specchio che mi schiaccia la faccia alle mie (ir-)responsabilità. Ho sempre sofferto le sue fughe, come sopportare me stesso, che sono sempre fuggito, forse, più di lei? Fughe con disonore. Fughe da fermo. Io stavo li, ma invisibile, nascosto dietro al mio terrore. Affetto dallo psicodramma della talpa di Jodorowsky (El topo), un animale che scava gallerie sottoterra, il cui unico obbiettivo è vedere il sole. Talvolta il sentiero lo conduce in superficie. Quando vede il sole diventa cieco.
Non ho trovato niente di più intelligente da dire se non negare, dirle che "tutto sommato non è che sia così innamorato", che non ci penso al futuro, che mica mi preme spingere per dare una direzione a questo rapporto, sto solo facendo di tutto per risolvere i miei problemi, quello si, e poi? continuare a sparire ogni volta che lascio quella casa, convinto che sia quello che vuole, convinto di recitare la parte che lei mi ha assegnato, che si tratti solo di un profondo rispetto per la sua indipendenza. Ma lei lo sa che è così? o vede solo uno stronzo che scappa, o peggio ancora, che si fa i cazzi suoi? Come faccio a spiegarle che nei giorni che seguono, quando rimastico e mi godo in silenzio la notte trascorsa con lei, le sono più vicino che mai, persino più di quando tremo al suo fianco? finalmente al sicuro dal mal di pancia, impertinente, che estorce la mia attenzione, e dalla forza dei suoi abbracci e degli sguardi con cui mi sconvolge ogni volta, come faccio a dirle che è l'unico momento in cui posso farmi accarezzare senza sentire male?
Eroe distratto. Vorrei essere un Orfeo malato che da forza e coraggio al suo canto eccelso, affidare alla mia lira dolce le canzoni che ti ho nascosto. E invece sono un'Euridice, fredda, addormentata nel suo inferno dorato. Gettate alle ortiche i miei intrugli erboristici e iniziato finalmente al tepore delle Benzodiazepine. Le unghie rotte, a forza di scavare questo fondo, inchiodato con queste stesse mani. Come un principiante in una partita a scacchi, sento il ticchettìo di una trappola che scattaerà, da un momento all'altro. No, non ci saranno molti appelli ancora. Nessuna scelta. Andare una volta per tutte incontro alla mia paura di perdere il controllo, accettarne qualsiasi prezzo, spettro delle possibilità: morire, perdermi, il ridicolo, soffrire, svegliarmi da solo in una terra straniera...non ho ancora capito quale sia il mostro da cui sto scappando. Quello che è certo è che se non accetterò di sfidarlo, lo incontrerò molto presto, consegnato al nemico in una busta di plastica. Senza colpo ferire.

Ormai di carte da giocare ne son rimaste davvero poche. Spero che questa consapevolezza mi dia la disperazione sufficiente a sputare l'acqua salata dai polmoni. Tossire. Reagire. Avere il coraggio, perlomeno, per una fine rocambolesca.
giovedì 14 gennaio 2010
Calma e gesso
Ricomincia la corsa idiota. Quella su un tapis roulant, o una ruota da criceto se si preferisce, che non fa spostare di molto dalla posizione iniziale. Anno nuovo vita vecchia, si potrebbe dire, con l'aspettativa, in più, che tutti 'sti grappoli verdi si decidano a farsi succosi, in questa ottima annata, come minacciavano, come si facevano desiderare, e possibilmente prima di diventare direttamente aceto.
Ancora mi barcameno tra una Matrioška e un divertente gioco di scatole cinesi. Imparo a carezzare il manto peloso di nausee nuove. Mi meraviglio delle meraviglie del grottesco creato della mia fantasia perversa, sogni didascalici: un inconscio maturo saprebbe fare molto, molto di più.
Aspetto.
Calma e gesso.
Questa tesi è una camera a gas, un palazzo che crolla in città. Questa tesi è una finta sul ring. Una scena al rallentatore.
I miei giorni sono una trincea. E come loro molti rapporti con le persone a me vicine, per non parlare di quelle che non sento da un po'.
Ci vorrebbe uno stuolo di mozziconi di sigarette a terra, e un po' di luce giallastra, almeno tutto quanto prenderebbe un tono da film noir, affascinante alternarsi di dialoghi secchi, in stile Bogart.
Peccato mi manchi le phisic du role, o più semplicemente la faccia di culo.
Piuttosto, se mi cerchi, sono a casa mia. Svenuto sul pavimento.

martedì 29 dicembre 2009
Piovono pietre da un cielo di cotone
Questa era la realtà. Una realtà con cui, una volta o l'altra, bisognava pur decidersi a fare i conti. E questa realtà raccontava in giro che non c'era alcun futuro per noi. No. Solo un'eterno presente, sospeso, liquido amniotico, come un dolore straordinariamente dolce. Questa era la realtà.
La realtà. In un paese civile, la realtà, dovrebbe essere proibita.

Aveva appena riagganciato, e diceva a se stesso:
Cinque minuti più tardi, poteva sentire l'uggiolina gelatinosa che colava, sgocciolante, tra il petto e lo stomaco. In certe circostanze, il modo in cui è fatto il cuore, ricorda da vicino un Uovo. Una piccola crepa sul guscio lascia colare, giù, il suo albume.
Lentissimamente.
venerdì 4 dicembre 2009
L'amore ai tempi dell'H1N1
lunedì 23 novembre 2009
La direzione si scusa per il cambio di direzione
Ebbene d’ora in avanti dovrò fare a meno di una certezza tanto imperfetta, uno straniero m’ha invaso, d’ora un avanti “IO” chissà chi è.
(Gesualdo Bufalino, L'uomo invaso)
Al parco, una domenica di sole di fine dell’autunno. Il sole non scalda veramente, intiepidisce. Per terra, tra le foglie secche, gialle, le ombre si distendono lunghissime. I bambini, giocando come i cani, le rincorrono divertiti, quasi fossero giganti che non spaventano più. Tira un po’ di vento, che raffredda il sudore sulla schiena, la punta del naso e le guance bruciano arrossati. Su un girello che dovrebbe essere azzurro, non proprio arrugginito, ma dalla vernice scartocciata, dondola un bambino solitario. Ha indosso un costume rosso, da Jolly. Un collare e un cappello a sei punte, con campanellini sonanti che tintinnano giù. Ogni tanto si da una spinta per continuare a girare.
Si dice che talvolta chiudere gli occhi sia il modo migliore per vedere più chiaro. Das Innere Auge.
Gli occhi li chiudo forte. Ma non trovo ancora la chiarezza che cercavo. Ogni punto esclamativo acquistato al mercato delle pulci, finisce per arricciarsi in un punto di domanda, sorpreso dall’umidità di questo fiato grosso che appanna gli occhiali.
Seduto su quella stessa giostra. Ma questa gira sempre più stancamente, sotto i colpi di spinte distribuite, oramai, prevalentemente a casaccio, random, assolutamente orfane della certezza di chi sa che cosa ci vuole, cosa sta facendo, e perché.
Ora scrivo la tesi con la testa sott’acqua, ma francamente ignaro della direzione in cui i miei discorsi andranno a parare. Ora non scrivo più una riga per tre settimane.
Mollo il teatro, mi avventuro tra yoga e corsi di cucina, consumo e sostituisco inutili ampolle di fiori di Bach, sfogo frustrazioni e inoculo germi in una palestra di nazisti.
Prima cerco di aggiustare conti col passato, rimandati oltre ogni dignità. Poi cerco di ristabilire i contatti con quello che una volta facevo e che ora mi paralizza, con quella leggerezza e quella spontaneità soffocata da giudici severi che pretendono la più austera perfezione da me, allungano sulla mia fronte una fredda carezza, e poi si guardano la mano.
Adesso scavo e cerco questo fondo. Dov’è questo fondo da toccare e risalire, o da sfondare e proseguire dritto? Dove sono quelle parti di me che ho perso, a cui ho rinunciato, perché non volevo più fare del male, e la cui assenza adesso mi impedisce di fare il mio bene? Quanti errori mi sono concessi ancora, e quanto tempo per riparare a questi errori? E tutto il tempo generoso del mondo, sarebbe sufficiente, senza sapere da che parte cominciare?
Con tempismo irriverente che fa pensare a coincidenze o somatizzazioni, si susseguono le febbri. E io ne approfitto per staccare un poco la spina da questi pensieri confusi, almeno il tempo necessario a guarire, perché il greto di questa ricerca ossessiva sembra spingermi nulla più che in equilibrio su un burrone di follia. E allora non pensare, perché ci sarebbe solo bisogno di fare, e pensare a fare, senza avere idea di cosa fare.
Al parco, una domenica di fine autunno, ha cominciato a piovere. Un girello che dovrebbe essere azzurro, non proprio arrugginito, ma dalla vernice scartocciata. Nessuno è seduto la sopra, nessuno, più, dà spinte confuse. Cigolìo claudicante. Si è già fatto buio, è calata la sera, e cadono altre gocce, e cadono altre foglie gialle, su di una domenica, caduta pure lei, all’indietro. Che in ogni caso non tornerà più.
mercoledì 18 novembre 2009
Dialogo tra un uomo inadeguato e un operatore di piercing

sabato 14 novembre 2009
Come una piccola ape furibonda
Senza nascondersi. Le ultime settimane sono state una specie di sogno ad occhi aperti, un susseguirsi di giochi, sorprese, piccole complicità, intimità, spazi conquistati, braccia strette attorno al petto smarmittando in Vespa, chi cerca trova, tempo per stare insieme strappato agli impegni, e poi chiedere di più, con golosità.
Senza nascondersi. Molto difficile il risveglio. Il ritorno ad una grigia normalità che apparteneva a Ieri, fatta di ripensamenti, spazi inviolabili, pensieri e dubbi tenuti per sé, dileguarsi nella notte, questo forte silenzio.
Niente di nuovo sul fronte occidentale. Intorno al "Café nuit" la gente inciampa, consuma vampate di entusiasmo, colleziona cose inutili, si illude, chiude una finestra, apre un portone, accarezza pelle liscia e calda sotto le coperte, va in bagno, si accende una sigaretta, schiaccia pulsanti, ha lo stomaco chiuso, poi di nuovo appetito.
Niente di nuovo sul fronte occidentale. Sentivo l’odore di un temporale improvviso, fulmini a ciel sereno, eppure le previsioni erano state chiare al riguardo. C’è davvero da spaventarsi, allora? O accetteremo il tempo che fa, senza lasciare che ci costringa a restare barricati in casa?
D’altronde “Ogni alba ha i suoi dubbi”, come ci ricorda la piccola ape furibonda, poetessa straordinaria che ci ha lasciato proprio in questi giorni, perché evidentemente è vero che Il poeta non dorme mai ma in compenso muore spesso, e qualche volta muore sul serio, aggiungo io. E allora siccome in fondo tutti sono poeti, persino i poeti, eccomi a rantolare seguendo questa stessa sorte, e chiedermi, di fronte a te che come il sole al di la delle dune sei arrivata qui a violentare altre notti, segnatamente le mie: di queste notti insonni, quante me ne concedi ancora?
Quella prima del gran giorno, venerdi scorso, lo è stata di sicuro.
Ed è al termine di notti come quella, quando si può ricordare che il modo migliore per realizzare un sogno è alzarsi dal letto, quando si affronta il drago e va tutto bene, davvero tutto bene, che si sente un sapore sulle labbra, misto al tuo, e che sembra dire…ce la farò.
È tornata la primavera nei tuoi sguardi, e il tempo di stringere ha preso il posto di quello di lasciare. Adesso mi godo forte queste notti insonni, come le altre, ma di un colore diverso. E Aspetto altre fughe, altre notti insonni, che in futuro ce ne saranno, di sicuro. Ma mi metto delle pantofole comode, perché adesso so che le accoglierò con questa convinzione che mi ronza in testa, per l’appunto, come una piccola ape furibonda.

domenica 18 ottobre 2009
Ieri
Writing frightening verse
To a buck-toothed girl in Luxembourg
ASK ME, ASK ME, ASK ME!

Anime fiammeggianti attonite, squarciato il velo della cecità. A mezzo cielo in vuoto denso d'inganno figurativo, tra ciò che hanno distrutto e ciò che non gli toccherà
Si dice che si nasce soli, e si muore da soli. Non è tutto, credo. Anche quando si sogna si sogna da soli. In un mondo abitato da fate, in cui Pollyanna regna sovrana, gli oceani sono puliti, tutti vivono in pace e c'è sempre un bel sole...in quel mondo, che gran bella avventura io e te insieme. Ma dispetto delle apparenze, so distinguere bene il mondo reale dal fantabosco.
aspetta chi è aspettato, che sia compiuta l'attesa di chi attende. Non sono strutturato in modo di poter reggere per molto tempo ancora.

Anima fiammeggiante soffoca, smaniosa d'aria non ce la fa. Giorni spremuti e notti attinti a un pozzo profondo millenni.
Credevo ci fosse una specie di guerra preventiva, una sorta di accanimento terapeutico con cui volevi proteggermi dai miei desideri. Come avrei potuto attribuirti una colpa, quando al risveglio avessi scoperto che i miei sogni non erano li accanto a me, dove li avevo lasciati? Come avrei potuto presentarti il conto di calici infranti che io, solo, ho consumato?
sotto la calma apparente un assordante frastuono, dissonanze chiassose e confuse, armonie affannate sconnesse, leggere increspature agli orli.

Anima fiammeggiante zoppica, zoppica brace non sa se ce la fa. Un gioco antico, un bel gioco, pericoloso solo per sé.
I regali, i complimenti, frasi stupide, i baci, le carezze, la voglia di stare con te, tutto questo sono io. Rispondimi cinquanta no. Ma lasciami la naturalezza di continuare a dire cinquanta volte si. Nessun bisogno di stringere, nessun progetto preconfezionato, arredato in solitaria, in cui incastrarti a forza. Io scopro ogni giorno Te. Non mi serve altro. Poiché credo in Noi. Non ho bisogno di altro.
alimentare catena implacabile: pause tranquille atte alla digestione, intransigenze mute, rabbiose devozioni.

Ieri, ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più.
Oggi, lasciando perdere attese e ritorni, ho aperto gli occhi dall'orlo increspato, e ho visto l'alba blu.
giovedì 15 ottobre 2009
Miele amaro
Regy, andiamo al cinema stasera, vieni?
...no....
Regy, andiamo a fare un giro in Vespa, vieni?
...no...
Regy, andiamo a cena dai Calabroni e poi guardiamo un dvd, vieni?
...no...
Ma guardiamo Ecce Bombo…
Ho detto di nooooo!!
Molte delle mie compagne credono che io prenda troppo sul serio l’investitura regale che madre natura mi ha affidato, sospettano che mi sia lasciata abbagliare dal mio rango, fino a diventare tristemente snob ed asociale. Le pareti della mia cella sono così sottili, che non servono Cimici, a sera, per scoprirle a parlare alle mie spalle. Non posso fare a meno di sentire il loro ronzio da Zanzare Tigri:
sempre a tirarsela! Ma bada, che prima o poi la Ragnatela si rompe..
Ma andasse a farsi prendere a calci nel sedere da un Millepiedi!
E mi daranno il benservito. Condanna a morte per iniezione letale. Funerali di stato. Una bella statua di Cera d’api da fare invidia a Madame Thoussaud. E via…ferormoni nuovi vita nuova, altro giro altra corsa…il grande circo della vita.
….Ma che ne sanno loro, cosa vuol dire esser Regina.
Erano tutte contente, quel giorno.
C’era un gran sole, questo me lo ricordo, tant’è che tracciare le rotte per le Bottinatrici era un gioco da larve. All’ingresso dell'alveare, accanto alle Guardiane, c’era bisogno delle Ventilatrici per rinfrescare i favi e i melari, dal caldo che faceva.
E qualcosa di vecchio?!
E qualcosa di nuovo?!?
E qualcosa di prestato!?!?!
La giarrettiera! non dimenticarti la giarrettiera!!!
sospiravano,
Vedrai. Il volo nuziale è un'esperienza indimenticabile!
dicevano,
il giorno più bello
dicevano,
te ne ricorderai per il resto della tua vita!
Io ero un po’ spaesata a giro per il bosco, per la prima volta…mi sentivo come Cappuccetto Rosso. Intimorita, timida, e così goffa…nessuna delle mie sorelle ha un sederone come il mio.
Pensavo al Fuco che avrei incontrato. Cercavo di immaginarmelo.
Mi ritrovai in uno spiazzo, vicino ai castagni. Rallentai, stranita, come appena risvegliata dal sonno, perché colpita dal silenzio irreale che improvvisamente era calato.
Quando torni a casa non voli veloce e sicura come quando sei partita. Bruciano gli occhi, ma per il pianto, non per il vento. Non hai voglia di parlare.
mercoledì 7 ottobre 2009
Quando tutto diventò Blu

Ogni mattino, al risveglio, impiegava un minuto ad imparare da capo a leggere le lancette dell’orologio. Dalla finestra filtravano i raggi di un strana luna, molto più luminosa e decisamente meno discreta di quella che aveva salutato, nel cielo, la sera precedente. Non le piaceva. Qualcuno, poi, le baciava via il sonno dagli occhi. Il tempo di un risolino e P.G. si rivestiva di corsa. Lasciando il letto profumato e disfatto, e una sete che so non mi lascerà più.
Miele nel vino tu sei, piccola Venere.
L'indifferenza ti fa altissima.
lunedì 28 settembre 2009
Servi del dio Pan
Perché mai a me questa paura,
stabilmente, come un guardiano
davanti al mio cuore profetico
non pagato, pronuncia profezie,
né posso io scacciarlo come si fa
con sogni confusi, in modo che
(Eschilo, Agamennone)
La paura ti stringe le palle e ti trascina sotto, in una palude di acqua pulita, perché i tuoi occhi devono poter vedere. Dove il sole è rotto in decine di crepitanti riflessi argentati. Dove il blu è un muro sordo di gelatina. Un silenzioso abbraccio che ti uccide dolcemente. La più inesorabile assenza di rumore che vanifica ogni sforzo di fiato.
La paura è ricordo. Sensazione che ti guida per mano in momenti conosciuti.
Il mal di pancia di un’indigestione, ammantata di sudore freddo. La minaccia di un conato di vomito che non arriva mai. E arriverà.
La nausea prima di andare in scena. Coronata dalla processione plumbea di aghi luminosi in fila indiana. Gocce di mercurio liberate da un termometro rotto. Dalla vescica ai reni.
Un calderone nero. La pancia di una strega. Ribolle prima di un esame. Orologi inceppati dietro le scritte sulla porta. Con la compagnia di vasi di porcellana fredda che non sembra bastare mai.
La paura arriva quando sbuca dietro l’angolo di un pensiero l’immagine di Te, che ti presenti pedalando, accompagnata da idee che mi prometto di non pronunciare per molto tempo ancora.
La paura da peso alle cose. Valore. La paura permette di misurare tutta la bellezza di una intera serata insieme a Te. Giochi con cui mi sorprendi alle spalle. Ore a cui non credevo più.
Allora, per un attimo stremato, riesco anche a sorridere e a rendere grazie per questa paura, fintanto, dietro ai suoi veli, si può intravedere danzare questo vizio che mi ucciderà ancora molte volte, e che non voglio smettere più.
domenica 13 settembre 2009
Frozen

Congelato. Il filo del discorso che unisce le storie con cui ho arredato questo spazio, che da un po’ di tempo non riannodo più. Come non avere più parole da dire. O come se queste bruciassero così amare in gola, come un sorso di grappa, da dover lasciare al palato qualche minuto di silenzio e apnea, per abituarsi, prima di poter pronunciare qualsiasi altra cosa.
Congelato. Come compiti ancora da finire che restano salvati sul portatile, e che avanzano stancamente, come un guerriero sporco e sudato che cerca claudicante la strada di casa, dopo che la guerra è finita da un pezzo.
Congelato. Come in attesa di una risposta che non arriverà mai, rimbalzato da un Godot all’altro, salutare qualcuno che parte e che «magari» non sarebbe tornato più.
Congelato. Come davanti a frasi criptiche capaci di riattizzare di linfa e miele nuove fantasie, ma isolate e sorde come un sasso gettato in uno stagno, buone solo a far partorire nuove idee balzane, ridicole imprese cavalleresche, progetti di nuovi arrembaggi discreti ad una nave che credevo avrebbe portato lontano. Trombe alle quali non verrà dato mai fiato.
Congelato. Come ad aprire la porta e trovarsi a far gli onori di casa ad un vecchio nemico, silenzioso e strisciante, di cui si erano perse le tracce da un bel po’ e che credevi gettato ormai alle spalle.
Congelato. Come davanti ad un autunno che si è presentato senza avvisare, dalla sera alla mattina, e con tutti i sentimenti, alzando un vento che, già, fa pensare e fa vestire da inverno.
Congelato. Con la netta sensazione che questo vento si sia portato via, insieme all’estate, anche tutte le fragole. Con gelato.
martedì 25 agosto 2009
Stagioni
Sono cadute tutte le stelle appese.
Erano le mie stelle. In quella casa stelle non ce n’erano.
Le case del centro hanno soffitti alti.
Più si sale in alto, più forte è il botto quando si cade.
Le mie stelle devono aver fatto un bel volo. Ma nessun desiderio è stato espresso quando sono cadute.
Lasciano molta polvere. Qualcuno spazzerà.
L’estate è finita. L’afa di questi giorni ancora non lo sa.
Pianoforti di legno imbarcati dal tempo, fatti saltare dall’umidità salmastra, non emettono più suoni.
Ma l’estate, paziente, ritorna lo stesso.
...e anche Agosto
(CLICK)
mercoledì 19 agosto 2009
Furbo come una volpe e un piccolo principe
" Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro,
dalle tre io comincerò ad essere felice.Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità.Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad
inquietarmi: scoprirò il prezzo della felicità!Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora
prepararmi il cuore... "
...ecco...

mercoledì 12 agosto 2009
Per esempio
O meglio ancora farmi aiutare da Milan Kundera e dalla sua insostenibile leggerezza dell'essere per raccontarvi che...
" ...Quando Tomas tornò a Praga da Zurigo, fu preso da una sensazione di malessere al pensiero che il suo incontro con Tereza fosse stato determinato solo da improbabili coincidenze.
Ma non è invece giusto il contrario, che un avvenimento è tanto più significativo e privilegiato quanti più casi fortuiti intervengono a determinarlo?
Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto.
Soltanto il caso ci parla. Cerchiamo di leggervi dentro come gli zingari leggono le immagini formate dai fondi del caffè in una tazzina. (...)Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi.... "


